Cinema

25 aprile: Roma città aperta

Giorgio Raulli
24 aprile 2015

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Roma Città Aperta è forse la pellicola per eccellenza che introduce il mondo del cinema al neorealismo. A 70 anni da quel giorno fondamentale, simbolo della vittoriosa lotta di resistenza partigiana durante la Seconda Guerra Mondiale, il film di Roberto Rossellini è la perfetta fotografia di quei tragici e delicati momenti, in quanto le riprese sono state effettuate dopo due soli mesi dalla liberazione di Roma.

Il film inizia quando gli Alleati sono già sbarcati in Italia, ma non ancora arrivati nella capitale: l’ingegnere Manfredi (Marcello Pagliero) riesce a salvarsi da una retata della polizia rifugiandosi presso Francesco (Francesco Grandjaquet), anche lui antifascista, che è fidanzato con Pina (Anna Magnani), vedova con un figlio. Anche il parroco don Pietro (Aldo Fabrizi) è attivo nella resistenza e aiuta come può i partigiani e i perseguitati, inclusi Manfredi e i suoi; ma quando i nazisti irrompono in un’altra retata, Francesco viene catturato e Pina viene uccisa mentre protesta per l’arresto del suo promesso sposo. Francesco riuscirà poi a liberarsi e a raggiungere Manfredi nella casa di Marina (Maria Michi), legata sentimentalmente in passato all’ingegnere: tra i due tornano a galla vecchi dissapori e risentimenti. Marina infatti decide, in cambio di una dose di droga, di denunciarlo alla Gestapo; Manfredi viene così arrestato mentre è con don Pietro, ed entrambi sono catturati e destinati ad un epilogo tragico. Francesco e gli altri antifascisti invece continueranno la resistenza.

Film drammatico e neorealista per eccellenza, Roma Città Aperta riesce con il suo bianco e nero a far arrivare allo spettatore infinite sfumature, tutti i colori di una realtà tragica come quella di Roma. La capitale, dichiarata “aperta” nell’agosto del ’43 e quindi «priva di difese e di obiettivi militari tipici, rispetto alla quale i belligeranti sono tenuti ad astenersi dall’esercitare la violenza bellica», è infatti costretta a soffrire sia l’occupazione nazista sia i conseguenti bombardamenti degli americani.

Le storie dei personaggi si intrecciano inesorabilmente, ma i veri protagonisti del film sono il sacerdote (ispirato a don Pappagallo e don Morosini), che rappresenta la vera forza di una Fede non ipocrita e attiva per la giustizia, e Manfredi, che incarna la resistenza al regime e alle violenze, ma anche la debolezza della natura umana.

Icona del cinema però è diventata la scena in cui il personaggio di Anna Magnani viene ucciso mentre urla la sua disperazione: a Rossellini basta riprendere tutto da due inquadrature diverse per aumentare esponenzialmente il pathos di cui già la splendida interpretazione della Magnani aveva riempito la sequenza. Pina, morendo di fronte al suo figlioletto, diventa il simbolo dell’Italia che cade inerme, sopraffatta dalla follia, di fronte agli occhi delle nuove generazioni lasciate a se stesse. Roma Città Aperta denuncia chiaramente il degrado e l’orrore, fisico e morale, frutto della guerra, ponendosi a testimonianza immediata, quasi fotografica, di ciò che era accaduto in quell’anno, rendendolo eterno e indimenticabile per il futuro.

È anche un film in cui si intravede una luce in fondo al tunnel, l’aiuto reciproco e la solidarietà di tutti i sofferenti del popolo romano (e italiano), l’eroismo e la speranza che le cose sarebbero cambiate.

Accolto freddamente dalla critica italiana dell’epoca, Roma Città Aperta vinse il Grand Prix al Primo Festival di Cannes (1946) e si guadagnò la nomination all’Oscar per la Miglior sceneggiatura di Rossellini, Sergio Amidei e Federico Fellini; vinse anche due Nastri d’Argento per la Miglior regia e la Migliore attrice non protagonista (Anna Magnani).


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