Interviste

A tu per tu con Letizia Moratti

staff
6 dicembre 2011


Varco l’anonimo portone di un edificio moderno in pieno centro a Milano e mi ritrovo catapultato nell’elegante “reggia” dei Moratti.
Prendo l’ascensore, salgo di qualche piano e mi ritrovo immerso, novello Alice, nel raffinato appartamento di Letizia Moratti.
Mentre mi guardo intorno, ammaliato dalla moltitudine di libri ed opere d’arte, vengo fatto accomodare in un salottino con affaccio su di uno splendido terrazzo. Dopo una decina di minuti eccola: arriva l’ex sindaco di Milano.
Vestita, come le si addice, in modo semplice ma impeccabile – gonna a vita alta, camicia morbida in seta e scarpe con un paio di centimetri di tacco per slanciare ulteriormente la sua figura – Letizia fa un sorriso timido ma coinvolgente che di fatto dà inizio alla nostra conversazione.

 

Per la presentazione del suo libro “Io Letizia” a Cristina Parodi che le chiedeva di descriversi in tre aggettivi ha risposto: “dinamica, testarda, vanitosa”. Partiamo dunque dal primo aggettivo: -Il 6 dicembre 2010 è stato inaugurato il Museo del Novecento. La rifunzionalizzazione del palazzo dell’Arengario ha dato a Milano una nuova vitalità e l’ha resa culturalmente ancor più competitiva. Cosa l’ha spinta verso un progetto così ambizioso?
“Penso che l’arte sia una delle leve fondamentali per la qualità della vita nelle città, ed è un polo di attrazione culturale quanto economico: chiama a sé turisti, nuovi lavoratori e investimenti da ogni parte del mondo. Così ho deciso di puntare molto sull’arte a Milano, e il Museo del Novecento è solo uno dei tanti che abbiamo inaugurato nei cinque anni della mia sindacatura. Il primo è stato il museo del design alla Triennale nel 2007 (museo che il Financial Times ha giudicato “il più innovativo al mondo”, perché cambia allestimento ogni 12/18 mesi), poi il museo della moda a Palazzo Morando, poi il Museo del Novecento, il raddoppio del Museo Archeologico in corso Magenta, il museo del fumetto in una vecchia fabbrica ATM e infine la Fabbrica del Vapore in via Procaccini. Abbiamo inoltre lasciato all’attuale giunta due musei completamente finanziati: uno già in fase di realizzazione (Museo delle Culture del Mondo all’Ansaldo, che dovrebbe essere terminato nel 2013) e uno con progetto esecutivo (Museo di Arte Contemporanea a City Life). I risultati ci sono perché negli ultimi anni, nonostante una congiuntura economica negativa, il turismo è aumentato nel 2009 del 7% e nel 2010 del 3%. Inoltre siamo passati dalla 13° alla 6° posizione in Europa come capacità di attrarre investimenti esteri”.

L’amore per Milano e quello per l’arte: qual è il monumento o l’opera che porterà sempre nel cuore?
“Sceglierne una in particolare forse sarebbe un po’ riduttivo. Penso che il profilo artistico di Milano sia molto articolato e complesso, in quanto spazia dall’archeologia alla contemporaneità. Personalmente sono molto legata alla “Pietà Rondanini”, un capolavoro purtroppo ancora poco conosciuto, poi al “Cristo” del Mantegna (definito dal direttore del Louvre “il più bel Mantegna mai dipinto”), agli affreschi del Luini nella Chiesa di San Maurizio, fino ad arrivare alle opere futuriste, che a Milano hanno rappresentato un momento estremamente significativo e proficuo”.

Passiamo ora alla sua grande forza di carattere e decisione.
Il 2015 si avvicina: come dovrebbe essere Expo nei suoi ideali e progetti? In che cosa pensa che sarà diverso dato il cambio della giunta?
“Il mio ideale di Expo temo non sarà realizzato. Noi abbiamo vinto Expo perché ci siamo impegnati ad offrire un progetto molto diverso da quello delle esposizioni universali precedenti. Più che proporre investimenti abbiamo chiesto ai Paesi che cosa si aspettavano dalla nostra città, abbiamo avuto un approccio di offerta: “cosa Milano può fare per voi?”. Così abbiamo iniziato una serie di rapporti di collaborazioni artistiche, scientifiche, culturali ed economiche con gli oltre 150 paesi del BIE. Inoltre abbiamo impostato e cominciato a realizzare una serie di progetti, tra i quali mi sono molto cari quelli di cooperazione internazionale allo sviluppo, in parte già realizzati e in parte avviati nei Paesi più poveri: da quello della filiera del latte in Niger a quello degli orti urbani a Dakar, fino alla formazione professionale dei ragazzi orfani o particolarmente disagiati ad Haiti. Volevo che venisse ricordata un’Expo diversa, che come lascito avesse un centro per lo sviluppo sostenibile, il nodo di una rete di istituti di ricerca, di università, di fondazioni, incentrati sulla realizzazione di progetti concreti, magari piccoli ma concreti. Pensavo poi a una valorizzazione della nostra agricoltura urbana, delle nostre cascine e delle vie d’acqua; ma probabilmente non sarà così”.

Sempre a proposito di Expo 2015, come è nata l’iniziativa “Women and Expo” e come pensa verrà portata avanti?
“Io credo che in molti Paesi del mondo siano le donne a fare la differenza. L’Africa, ad esempio, senza le donne sarebbe un continente senza nessuna crescita. Penso che la capacità delle donne di avere una visione proiettata al futuro è quella che permette di affrontare le sfide di lungo periodo. Pensavo che Expo potesse essere un’occasione per dimostrare al mondo quello che le donne sono capaci di fare, dalle piccole ma operosissime donne della valle di Keita, alle donne della poverissima repubblica di Santo Domingo Norte che fanno il pane. Ho pensato ad un’Expo al femminile individuando progetti molto interessanti, di cui l’esempio più emblematico può essere l’acquedotto della pace, che dovrebbe collegare il Mar Rosso con il Mar Morto portando acqua in zone che, anche per questo motivo, vivono dei conflitti drammatici. Con la fondazione Cherie Blair abbiamo fatto partire un progetto in Kenia per far utilizzare alle donne il cellulare per le transazioni economiche, quindi per dare attraverso la tecnologia uno sviluppo economico locale. In Togo abbiamo fatto un progetto per la professionalizzazione delle giovani ragazze nel settore della produzione e preparazione della conserva di pomodoro. Tanti progetti al femminile, che spero e penso rimarranno nonostante il cambio di giunta. Pensavamo di presentarli in un padiglione donne, per connotare Expo anche da questo punto di vista, attraverso la valorizzazione di una componente essenziale in ogni civiltà per la crescita sostenibile”.

L’imprenditoria è tradizionalmente un mondo declinato al maschile; anche la giunta milanese è divenuta rosa per la prima volta grazie a lei. Com’è riuscita ad imporsi in una realtà così fortemente dominata dagli uomini?
“Credo di esserci riuscita con l’impegno e niente di più. Credo che l’Italia sia un paese fortemente maschilista e credo anche che noi donne dobbiamo dimostrare sempre un qualcosa in più rispetto a loro. Penso di aver avuto un’enorme fortuna: una famiglia di origine ed una famiglia acquisita che mi hanno aiutata. Inizialmente ero contraria alle quote rosa, in quanto pensavo che una donna dovesse essere in grado di dimostrare quanto vale indipendentemente dalle “concessioni”. Ma a fronte delle difficoltà che tante donne hanno, credo che – magari per un periodo di tempo limitato e con delle giuste cautele – siano assolutamente indispensabili delle leggi che favoriscono l’occupazione femminile. C’è una ricerca dell’ Università Bocconi che mostra come solo centomila donne in più inserite nel mondo del lavoro produrrebbero un aumento del PIL dello 0.28%, perché ogni posto che una donna occupa produce quindici posti di lavoro in più. Eccezion fatta per le quote rosa nei consigli di amministrazione, al momento non vedo attenzione alcuna per le donne. Andrebbe sicuramente rifinanziata la legge 215, l’articolo 9 della legge 53, destinata una quota reale dell’innalzamento dell’età pensionabile a servizi per le donne (asili nido, bonus per l’assistenza degli anziani). La politica non ha saputo cogliere l’importanza non delle donne in quanto donne, ma del valore delle donne per la crescita complessiva del Paese, e questo mi dispiace molto”.

Imprenditrice e moglie, politica e madre, sindaco e nonna. Per raggiungere questi traguardi, per trovare un equilibrio tra carriera ed affetti familiari che tipo di qualità ha dovuto sfoderare e quali sacrifici ha dovuto fare?
“Piccoli e grandi sacrifici. Ma non posso parlare per schemi. Io ho avuto la fortuna di avere un’attività da imprenditrice e quindi di poter gestire il mio tempo; questo mi ha aiutata molto. Una donna che ha un impiego ha grandi difficoltà a coniugarlo con la propria famiglia. Credo però che noi donne viviamo sempre con il senso di colpa di non essere abbastanza madri, abbastanza mogli, abbastanza manager. Questo senso di colpa ce lo trasciniamo sempre dietro e poi cerchiamo di trovare un equilibrio. Ma quello si ottiene giorno per giorno”.

Carriera e famiglia sembrano un miraggio per le nuove generazioni. Un consiglio alle giovani d’oggi per conciliare vita privata e successo lavorativo?
“Non rinunciare alla famiglia, perché credo che questo sarebbe sicuramente un errore. Mettere in conto che una donna deve fare più sacrifici di un uomo e cercare di battersi tutte insieme per una legislazione più favorevole e per misure che realmente ci aiutino. L’occupazione femminile è un problema che riguarda tutta la società”.

Lei si era anche impegnata nel progetto della cosiddetta “grande Brera”. Poi, in una nota del 28 settembre, si è “tirata indietro” spiegando che “a causa dell’inspiegabile rinvio di passi concreti che pure erano stati concordati prima dell’estate, non era più possibile continuare in questo progetto”. Pensa magari tra qualche tempo di poter riconsiderare il suo impegno?
“Non ho più avuto notizie da quando ho mandato la mia lettera al ministero. Evidentemente c’erano stati degli ostacoli all’ingresso dei privati. Per tutta l’estate avevo lavorato ad uno statuto simile a quello del museo archeologico di Torino e della Scala, e mi ero attivata a cercare partner disposti ad investire sia a livello nazionale che internazionale. Ma, soprattutto in un momento come questo, gli investitori non rimangono fermi ad aspettare. Abbiamo quindi perso un’occasione”.

Ogni donna è vanitosa: – Il pugno di ferro nel lavoro, ma il guanto di velluto quando esce di sera. A chi si è ispirata nel suo stile sempre impeccabile?
“Io cerco di avere uno stile mio, non mi ispiro a nessuno. Ci sono donne che sono sicuramente delle icone di eleganza, ma penso che ognuno debba sempre essere sé stesso”.

Accessorio preferito?
“Ovviamente, la borsa”.

Cosa non può mai mancare nella suo borsa?
“Il burro di cacao”.

Tutti le chiedono quale profumo usa… non vuole proprio svelarcelo?
“E continuerò a tenermi stretto questo piccolo segreto”.

 

Intervista curata da Luca Micheletto


Fotografie di Miriam De Nicolò
Editing: Virginia Grassi