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Interviste

A tu per tu con Luisa Morandini

Virginia Francesca Grassi
27 luglio 2011

Figlia del noto critico Morando, Luisa Morandini vive a Milano dal 1955; da allora ad oggi si è costruita una carriera di grande successo nel mondo del cinema, del teatro e della critica. Inizialmente ha lavorato nella Cooperativa del Buratto e con il gruppo Quelli di Grock, in seguito si è dedicata al cabaret e al cinema sia come regista che come attrice. Nell’ambito della critica collabora con numerose riviste e dal 1998 lavora con il padre per il dizionario del cinema Zanichelli. Ma le sue grandi passioni vanno ben oltre il mondo dello spettacolo: l’amore per la scoperta e la sua inesauribile vitalità l’hanno portata a viaggiare in ogni parte del globo; la naturale familiarità con il mondo dei ragazzi l’ha spinta verso l’insegnamento della recitazione nell’ambito del Progetto Giovani per il Teatro e verso l’ideazione del Dizionario del cinema junior; le esperienze di vita più profonde sono state determinanti nella creazione nel 2009 del documentario autobiografico “Vivere ancora” che raccoglie le testimonianze delle donne che hanno dovuto affrontare un tumore al seno.
Luisa ci ha invitati nella sua splendida abitazione e – tra un bicchiere di vino e un uovo di struzzo – ci ha parlato un po’ di sé e del suo lavoro.

Parliamo di lavoro… Tra il 1980 e l’84 hai recitato in diversi film, tra cui ricordiamo “Ho fatto splash” di Nichetti e “Festa di laurea 2” di Pupi Avati. E’ stato difficile conciliare l’anima di attrice con quella di critica?
Già ai tempi del liceo ho cominciato a lavorare in una compagnia teatrale come attrice. Erano amici dei miei genitori, che sapevano del mio desiderio di recitare, così quando mi hanno offerto di lavorare con loro, con quella che ora è la Cooperativa di Buratto (nel 1972 aveva un altro nome), avevo 16 anni. Mio padre è stato molto chiaro: alla prima insufficienza a scuola, smetti. Ovviamente non ho più preso un 5 per il resto del liceo.
Dopo la maturità, il lavoro teatrale si è intensificato ma non abbastanza da consentirmi di mantenermi. Così, dato che volevo essere assolutamente autonoma economicamente ed ero considerata brava a scrivere, ho cominciato a collaborare con alcune riviste come critico cinematografico. Mi era chiaro che all’inizio mi prendevano in prova perché ero figlia di mio padre, ma allora le cose funzionavano in un altro modo: se poi non eri capace, ti mandavano via. Io ho continuato. E negli anni ho sempre fatto le due cose, recitavo e scrivevo.
Dopo aver lavorato con Marco Ferreri in televisione (una tragedia di Garçia Lorca), ho scoperto la TV e il cinema. Ho fatto un po’ di piccoli ruoli, continuando anche con il teatro, fino al 1980, quando Nichetti – che era stato mio insegnante alla scuola di mimo e mio capocomico in compagnia (erano Quelli di Grock, agli esordi) – mi ha chiamata per il suo secondo film. “Ho fatto Splash” per l’appunto. Mio padre all’epoca diceva – mandandomi in bestia – che sono troppo intelligente per fare l’attrice… Non è lusinghiero per le attrici, era il suo modo per ostacolarmi in una carriera difficile, ma anche per mostrarmi, a modo suo, la sua stima. Però possiamo dire che era inevitabile che prima o poi uno dei due lavori avrebbe avuto il sopravvento sull’altro. E ha vinto la scrittura…

Nel 2009 Gallucci editore ha pubblicato Il dizionario del cinema junior che hai curato con tuo padre; come è nata l’idea di rivolgersi ai giovani e giovanissimi cinefili?
A essere del tutto onesti, l’idea del Dizionario per bambini e ragazzi è stata proprio di Gallucci. Da quando abbiamo cominciato con Zanichelli, ci siamo sempre divisi la scrittura delle recensioni. Un po’ secondo le passioni personali, un po’ per generi preferiti. Tutto quello che è cinema per bambini, animazione, fantasy ecc. è sempre stato di mia competenza. Quindi quando Gallucci ci ha fatto la proposta, abbiamo accettato con entusiasmo. Io gli ho controproposto di non limitarci a riprendere le schede dallo Zanichelli di tutti i film fatti per bambini e di quelli che bambini e ragazzi possono vedere (anche se non fatti espressamente per loro), ma di arricchire il libro con monografie, giochi, proposte di analisi del film, percorsi interattivi anche per le scuole ecc. Tutto quello che poi c’è nel Junior. E me ne sono occupata io, l’ho seguito da sola. Mio padre scherza dicendo che è la prima volta nella sua vita che ha guadagnato dei soldi (la sua parte di royalty) senza lavorare. In più aggiungo io. Le schede del dizionario, ovviamente, sono frutto di anni di lavoro collettivo.

Nella tua carriera sei stata sempre molto attenta al rapporto con i giovani e alla loro formazione (curando diversi corsi di teatro e cinema); inoltre sei mamma di Michele. Quanto hanno contato questi due fattori nella scelta e nel giudizio sui film del Dizionario del cinema junior?
Moltissimo. I bambini sono grandi osservatori, colgono aspetti che gli adulti non sono più in grado di “sentire”. Bisogna ascoltarli, guardarli quando guardano, imparare da loro. Lo facevo prima che nascesse Michele, sporadicamente. Dopo continuamente. Ho avuto un figlio che non ha mai potuto guardare la televisione; in compenso però vedeva decine e decine di film che i suoi amici nemmeno conoscevano. So che la TV può essere una “baby sitter” comoda, ma sono contraria alla tv in libertà. Soprattutto quella italiana, con un offerta culturalmente così desolante. I bambini andrebbero educati da subito con una forte selezione di ciò che vedono e sentono. Se invece di vedere “Il grande fratello” e “L’isola dei famosi” fin dalle elementari, vedessero Stanlio e Ollio, Chaplin, Jerry Lewis, Tati, forse il livello culturale medio dei ragazzi non sarebbe così mediocre.
Nel Dizionario junior ho operato una divisione in 3 fasce d’età, che arriva fino ai 15 anni: sopra questa età credo sia difficile – mediamente– controllare seriamente cosa i figli guardano. E spesso sono più adulti e maturi di quello che i genitori pensano (o vogliono).
Per i corsi di teatro e cinema, il discorso è diverso. Intanto sono corsi che tenevo e tengo nel triennio delle superiori, quindi il mio rapporto con i miei studenti e il loro con me ha influenzato e influenza più lo Zanichelli. Poi il lavoro che facciamo in questi corsi è molto più complesso e articolato. Da una parte cerco di insegnare o almeno di comunicare come si “legge” un film. Dall’altra, per quanto è possibile con incontri settimanali per un anno scolastico, cerchiamo di produrre qualcosa insieme. Imparato a grandi linee come si fa un film, cerchiamo di metterne insieme uno (cortometraggio ovviamente), che nasca dalle idee dei ragazzi e che siano idee trasformabili in immagini, in storia, in film.

Parliamo adesso di te… Essendo la figlia di un grande critico il tuo “battesimo del cinema” sarà stato piuttosto precoce: ci racconti il primo ricordo che hai in proposito?
Più che di un ricordo solo, posso parlare di alcuni… In particolare, mi ricordo che le nostre feste di compleanno o di carnevale – noi siamo 3 fratelli – erano caratterizzate dai film: tutti i bambini venivano invitati a casa nostra, c’era merenda, torta, maschere ecc. e poi arrivava il protezionista della cineteca di Milano, con proiettore 16 mm e schermo, e vedevamo uno o più film tutti insieme (appunto Chaplin, Keaton, Stanlio e Ollio…). Oppure ricordo di aver visto “Freaks” di Tod Browning, non so se hai presente… a 6 anni e che mi aveva molto colpito (non spaventato, colpito). Oppure che in casa nostra, con genitori che avevano scelto e deciso di non toccare i figli – i bambini non si picchiano, quindi nessuno di noi 3 ha mai avuto nemmeno uno schiaffo – le punizioni per marachelle, disobbedienze, problemi a scuola e così via, erano 1 settimana senza cinema, 2 settimane senza cinema, 1 mese, a seconda della gravità del misfatto…

Parlaci di te: se la tua vita fosse un film in che film vorresti essere e perchè? In alternativa: se fossi una grande attrice del passato chi vorresti essere e perchè?
No so che film vorrei essere, posso dire le mie passioni, quelle irrazionali, al di là del mestiere di critico: ho una passione sconsiderata, fin da bambina, per “Via col vento”. Non so dire quante volte l’ho visto, ma fin da allora so… diciamo per lo meno mezzo film (in battute) a memoria (le recitavo con le mie amichette: io ovviamente ero Scarlett O’Hara!). Le so ancora.
Un altro dei miei grandi amori è “Acque del Sud” (dove si conobbero Humphrey Bogart – mio grande amore – e Lauren Bacall) o “A qualcuno piace caldo”. “Blues Brothers” ma anche “Prisicilla”, “Shangai Express” e “Nosferatu” di Murnau.
Chi vorrei essere? Lauren Bacall, per essere stata sposata con Bogart, ovviamente.

So che sei un’amante dei viaggi, dell’avventura e della scoperta. Che influenza ha avuto questo nella tua vita? Vedo che in casa tua ogni pezzo di arredamento rimanda ad esperienze di vita e luoghi lontani…
I viaggi sono una delle cause del sopravvento della scrittura sulla recitazione. Da sempre, non appena avevo due lire partivo. La carriera di attrice va seguita, non puoi mollare un momento, non puoi uscire dal giro. Devi esserci sempre, farti vedere. Anche quando sei affermata. Figuriamoci prima. Io volevo vedere il mondo, conoscere. Evidentemente non avevo il carattere adatto per essere prima un’attrice. Se pensi che poco dopo aver girato “Ho fatto Splash” – che poteva essere un trampolino di lancio per me – sono partita per un viaggio in Sudamerica e sono stata via 10 mesi…
Ed è sempre stato così. Ancora adesso, appena posso parto; 10 mesi non me li posso più permettere, ma tutto quello che posso fare lo faccio. E ho abituato mio figlio a viaggiare: quando aveva 10 mesi eravamo in giro per Cuba, l’anno successivo – meno di 2 anni – giro del Costa Rica… e così via. Adesso quando viaggio, faccio anche delle riprese, documentari, immagini, interviste, cose su cui poi lavoro, ma soprattutto viaggio per passione, per inesauribile sete di vedere e forse anche perché sono poco capace di stare ferma, di essere tenuta chiusa, bloccata. L’ho fatto, di fermarmi, di non viaggiare. Per amore. Ma era un prigione. D’oro. Scelta. Ma pur sempre prigione.

Infine… un buon consiglio: questo weekend cosa andiamo a vedere al cinema?
Al cinema ora? “Le donne del 6° piano”, “Tutti per uno”. Ho visto che è di nuovo in programmazione anche “In un mondo migliore”…


Gli scatti sono stati realizzati da Miriam De Nicolò.
Tutti gli abiti indossati da Luisa Morandini sono firmati Max Mara.