Arte

Ad Abu Dhabi rinasce – forse – il Louvre

staff
10 novembre 2012

Abu Dhabi deve stupire. Pare che questo sia ormai assurto a scopo precipuo di quella che è la capitale degli Emirati Arabi Uniti, nonchè capoluogo dell’omonimo emirato.
Fra grattacieli dimentichi della sorte di Babele ed un caotico avvenirismo adatto a far ridimensionare i peccati delle peggiori “americanate”, i fari mediatici si accendono su un nuovo colossale progetto.

Si tratta del Louvre Abu Dhabi, museo progettato da Jean Nouvel, la cui inaugurazione sembra prevista per il 2015. L’intenzione alla base del piano appare meritoria: creare uno spazio museale adatto a permettere un dialogo fecondo fra arte occidentale ed orientale, secondo una moderna e insieme classicissima idea di contaminazione artistico-culturale. “Celebrare la creatività e l’arte che supera le differenze, cercare insomma un terreno di collaborazione comune, tornare ai tempi della Penisola Arabica come crocevia di cultura.” afferma in proposito Hissa Al Dharera, project manager del Louvre Abu Dhabi.
Il richiamo alle radici di quella tradizione araba che fu culla di civiltà, humus di pensatori del calibro di Avicenna e Averroè, è un cenno di enorme fascino, soprattutto se confrontato con i rischi parallelamente paventabili per un museo destinato a sorgere stretto nella tenaglia del mondialismo livellatore ed omologante.

Le opere acquistate dal museo e ad oggi rivelate al pubblico paiono inoltre di enorme pregio: la “Madonna con Bambino” di Giovanni Bellini, la “Natura morta con borsa ed aglio” di Edouard Manet, la “Composizione con blu, rosso, giallo e nero” di Piet Mondrian, i “Breton Boys Wrestling” di Paul Gauguin, opere di Jean-François de Troy, Jean-Auguste Dominique Ingres, Robert Fenton e George Wilson Bridges, nonché pregiati pezzi di arte antica, tanto classica quanto ottomana, e medievale. Non mancherano testimonianze dell’arte africana e di quella cinese.

A fronte di tale indubbio pregio artistico emergono alcuni dati quanto meno sospetti.
In primo luogo l’impiego del nome Louvre scisso dalla storia e dal percorso del museo francese, come fosse un brand qualsiasi, tanto che il Louvre “originale” stesso è stato accusato da Marjolein Koek di agire “come una corporazione con una strategia chiara e definita: massimizzazione del profitto”, senza alcun interesse per la ricerca scientifica e la divulgazione culturale; in secondo luogo l’enorme quantità di denaro circolante attorno al progetto, inserito in un programma di attrazione turistica, da stabilirsi sull’isola Saadiyat, dal costo di 27 bilioni di dollari; infine una generale atmosfera grottesca, diffusa nell’area considerata, che porta il corrispondente del Corriere Della Sera Francesco Battistini a parlare di “patrimonio artistico fai-da-te”, “coazione a immaginare” e “architettura Frankestein che falsifica il vero e certifica il falso” in relazione alla prossima Dubai.
Per scampare al relativismo che ispirandosi artificiosamente alla celebre sentenza secondo cui “Arte è tutto ciò che gli uomini chiamano arte…” tende a stabilire che tutto è arte, per cui nulla lo è in verità, auspichiamo che nell’ambizioso progetto le componenti creative, propositive e culturali abbiano la meglio sui rischi indicati, attraverso una chiara assunzione della distinzione già antica fra imitatio ed aemulatio ed una altrettanto decisa risoluzione verso la consapevolezza della responsabilità culturale che graverà sul nuovo Louvre.

Luca Siniscalco


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