Musica

Addio a Lou Reed, “pioniere del rock di strada”

staff
28 ottobre 2013

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Si è spento ieri a New York il grande cantante Lewis “Lou” Allan Reed, tra i più grandi innovatori della musica rock.

Tanti sono gli eventi significativi della vita del grande artista, nato a New York nel 1942, a cominciare dalla terapia di elettroschock cui fu sottoposto a quattordici anni per sopire i primi fermenti della sua bisessualità. Un episodio che lo segnò profondamente, al punto da spingerlo nel vortice della droga. E infatti proprio le sostanze stupefacenti sono protagoniste di molti dei suoi brani: basti pensare a “Heroin”, con cui Reed nel 1967 descriveva per filo e per segno lo stato d’animo di un giovane che ne faceva uso, ricorrendo anche a riferimenti molto crudi – come quelli dell’ago che penetra la carne e la vena o del sangue che sgorga dalla ferita nella siringa.

Ma sono soprattutto le sperimentazioni ad aver fatto la fortuna di Reed. Già dotato di una voce decadente, Lou cercava di riprodurre con la chitarra elettrica le tecniche di suono utilizzate da jazzisti come Cecyl Taylor e Ornette Coleman. In “Ostrick”, Reed decise di regolare le corde della sua chitarra sulla stessa nota, in modo da produrre una sorta di drone, cioè un particolare effetto di accompagnamento per cui una nota è suonata in modo continuo.

Questo perché per Lou Reed la musica non era solo evasione, ma anche cultura. Lo strumento adatto per esprimere quell’amore per la letteratura che alla Syracuse University lo portò a studiare scrittura creativa e all’amicizia con il poeta e scrittore Delmore Schwartz.

Suo obiettivo dichiarato era portare la sensibilità della letteratura alla forza e alla violenza espressiva del rock. Tanta parte in questo aveva la spontaneità, che Reed trovava nella vita di strada della sua New York: fu così che nel 1964 nacquero i “The Velvet Underground”.

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La poesia e la musicalità del rock per raccontare la realtà della Grande Mela: ecco perché non è scontato trovare nei testi di Reed riferimenti alla vita di strada, intesa come luogo di trasgressioni, male, violenza e perversione. Grazie ai suoi effetti e alle sue tecniche innovative, la musica di Reed non si limita a raccontare in modo asettico la vita di strada, ma la esprime, la “fa vivere”. Impaurisce, proietta gli ascoltatori in una dimensione ben lontana da quella cui sono abituati. In questo contesto si spiegano in “European Son” gli inquietanti effetti sonori, prodotti trascinando sul pavimento una sedia di metallo, per poi farla sbattere con inaudita violenza contro fogli di lamiera. Giusto per comunicare un cambio di atmosfera e di stile che, da un normale riff, una successione di note con propria identità espressiva (quale ritroviamo in “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin o nel “Bolero” di Ravel), volge bruscamente a una coda strumentale condita da distorsioni e fischi di altoparlante amplificati da microfono (fenomeno noto come “feedback acustico” o “Effetto Larsen”).

Innovazioni, quindi, non solo a livello tematico, ma anche espressivo, con cui Reed ci colpisce ancora oggi, esattamente come nel 1967 il suono di quella sedia sconvolse i primi ascoltatori dell’album “The Velvet Underground & Nico”, al punto che alcuni di essi lo assunsero come fonte di ispirazione. Tra costoro figuravano Jim Morrison e Mick Jagger. Ma questa è un’altra storia…

Alberto Pelucco


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