Sport

Addio Cruyff, leggenda del calcio

Riccardo Signori
24 marzo 2016

Johan-Cruijff

El futbol es como volar….pero hay maneras y maneras de volar”. Johan Cruyff lo intendeva così, detto in spagnolo, la sua seconda lingua, raccontato come in una confessione. C’è modo e modo di volare per giocare a pallone. E l’uomo dell’Arancia meccanica, uno dei più grandi calciatori mai esistiti, mise le ali e non le tolse più. Cruyff è morto stroncato da un cancro, quasi all’alba dei 69 anni che avrebbe compiuto il 25 aprile. Morto serenamente a Barcellona, dopo una lotta cominciata in ottobre. Il suo sito twitter lo ha annunciato con la semplicità, l’efficacia, l’essenzialità del suo giocare: Johan Cruyff 1947-2016 (Rip). E per ricordo la foto con quel numero 14 che portava sulla maglia dell’Ajax e della nazionale olandese, mentre a Barcellona usò il 9 (ma sotto teneva una maglietta con il numero 14). Cruyff era il 14 del mondo del calcio come Pelè e Maradona sono stati il 10, Van Basten, Gerd Muller e Di Stefano il 9. Con quei due, Pelè e Maradona, con Di Stefano e Garrincha, Joahn è stato il più grande della storia del pallone degli ultimi 60 anni. Leo Messi resta un passo più indietro. Vedere i filmati per capire.

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 Austero e rugginoso nel carattere, polemico e rivoluzionario, direttore d’orchestra che si sceglieva di volta in volta il podio sul campo, Cruyff era un capo branco, non un capo banda, ha fatto scoprire al mondo un modo collettivo ma estremamente personalizzato del giocare, del gustare futbol. Già allora si parlava di pressing e spazi occupati, difesa alta e caccia al gol. Nessuno ha scoperto più nulla dopo di lui. Raccontava: “Il pallone è il mio ossigeno. Respiro futbol e mi diverto facendolo. Ho guadagnato molto con il mio lavoro e voglio condivivere la sensazione con gli altri”. Calcio e fumo i due vizi suoi: uno gli ha dato tutto, l’altro lo ha costretto a due by pass per un cuore bizzarro. Inventore del gioco totale con l’Ajax, lo ha poi disegnato in nazionale, e riproposto a Barcellona, la squadra alla quale si è legato per anni come calciatore e come allenatore. Quel Barcellona è stato antenato nell’ispirazione filosofica, e nel gioco, del tiki taka di Guardiola.
Lo chiamavano l’olandese volante, più grande come giocatore che come allenatore, ma sempre Re sole intorno al quale riscoprire il senso del gioco del calcio.  Parlava ruvido, affettava avversari e argomenti, giocava e ti faceva vedere semplicità e diversità dove gli altri andavano sbattere come si trovassero davanti ad un logaritmo del pallone. Geniale figlio di venditori di frutta e verdura, ha sempre pensato che esistendo un Dio ci sia differenza tra la somma perfezione e il mondo terreno . E lui sapeva di appartenere al mondo terreno, dunque il suo calcio non poteva essere perfetto. Diceva che Pelè è stato il massimo, il re del pallone perché non ha mai tradito ordine e gerarchia del futbol, mentre Maradona ha tradito il suo talento.

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Sterminato nel pedigrèe, dominatore tra gli anni ‘70 e ‘80: tre palloni d’oro (1971, 1973, 1974), 3 coppe dei Campioni con l’Ajax (190 gol segnati in 9 anni con i lancieri), e una da tecnico con il Barcellona battendo la Sampdoria di Vialli e Mancini, scudetti con le sue squadre predilette, una coppa Intercontinentale, altre coppe internazionali, infine perdente di successo con la nazionale ai mondiali 1974 in Germania.
Inter e Juve se lo ricordano da giocatore quando ne furono messe in ginocchio. Il Milan sconfisse la sua spocchia da allenatore in una finale di coppa dei Campioni (1994), con il Barcellona, dopo averlo incontrato giocatore dell’Ajax nella finale di coppa dei Campioni del 1969. Finì 4-1 per Rivera e compagni. L’anno seguente Joahn cominciò ad indossare la maglia numero 14 e nacque il “profeta del gol”. E del calcio totale.


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