Letteratura

Quell’arte di Bennett che non risparmia nessuno

Virginia Francesca Grassi
19 maggio 2014

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Un genio dalla penna aguzza come Alan Bennett non ha bisogno di presentazioni. A riportarlo in libreria, come sempre in Italia, è il prezioso lavoro di Adelphi che questa volta ci regala una commedia dolceamara come Il vizio dell’arte (The Habit of Art), andata in scena per la prima volta nel 2009 al National Theatre di Londra con Alex Jennings nei panni di Britten e Richard Griffiths in quelli di Auden. Da noi arriverà il prossimo autunno all’Elfo Puccini, grazie alla regia di Elio De Capitani e Ferninando Bruni che già si sono cimentati nella mise en scène de Gli studenti di storia.

The National Theatre 2009, The Habit of Art

Questa volta ci troviamo alle prese con una “commedia nella commedia” che gioca arguta con l’espediente del metateatro. Un gruppo di attori sta provando Caliban’s Day, che racconta l’incontro (fittizio) tra il poeta Wystan Hugh Auden ed il compositore Edward Benjamin Britten avvenuto a Oxford nel 1973 dopo 25 anni di lontananza.

C’è chi non arriva, chi dice la sua, chi ancora non ha imparato le battute, chi vorrebbe solo fare un po’ di ordine senza indispettire nessuno.

E ci sono Auden e Britten, interpretati e chiosati. Due mostri sacri, due colossi che si muovono, vecchi e stanchi, tra le nevrosi di una vita, i battibecchi di chi ha la memoria lunga ed i pruriti libidinosi di un coming out mai avvenuto. Ce li godiamo assaporando il cinismo dell’uno ed i turbamenti dell’altro, intuendone – tra i dati biografici commentati fuori scena dagli attori –  intimità e contraddizioni. Sempre accompagnati da quel gusto dello sberleffo iconoclasta dietro cui si nasconde la maestria di Bennett.

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Siamo entrati nella magia del teatro, infilandoci di nascosto nei suoi retroscena, quando invece parremmo solo dei semplici spettatori. Un punto di vista privilegiato che Bennett ci concede tanto benevolo quanto inaspettato. E poi decide di togliercelo, perché il sipario si chiude e le pagine del libro sono terminate. Quello che rimane è una riflessione sull’arte, sulla creatività, sull’invecchiare, sul desiderio e forse soprattutto sull’onestà intellettuale, in cui l’autore gioca con il suo stile tardo che – ci spiega nella bella introduzione al testo – “sarebbe una sorta di licenza per gli autori anziani, che possono finalmente spassarsela”.

Virginia Grassi

Il vizio dell’arte” di Alan Bennett, Adelphi, traduzione di Mariagrazia Gini, pp. 138.


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