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Cinema

“All in all you were all just…” – Pink Floyd The Wall di Alan Parker (1982)

staff
3 giugno 2011


“Se dovessi pattinare sul sottile ghiaccio della vita moderna, trascinandoti dietro il silente rimprovero di un milione di occhi pieni di lacrime, non essere sorpreso, quando una crepa nel ghiaccio appare ai tuoi piedi, tu scivoli via dalla tua complessità e via dalla tua mente, con la paura che fuoriesce da te, allo stesso modo in cui graffi quel sottile ghiaccio.”
Questo non è non è soltanto parte del testo di “The thin ice” dei Pink Floyd, ma forse il modo migliore per descrivere il film “Pink Floyd The Wall” di Alan Parker. Visionario prodotto filmico, immaginifica trasposizione cinematografica di un ispirato concept album, ma anche opera d’arte dall’inebriante potenza comunicativa ed evocativa.
Pink non ha avuto una vita felice: ha perso suo padre in guerra ancora bambino, sua madre era estremamente protettiva e a scuola era vittima di professori ottusi e crudeli che sfogavano su di lui e sugli altri alunni le proprie frustrazioni. Una volta cresciuto Pink diventa una rockstar, ma i fantasmi del passato continuano a tormentarlo indirizzandolo verso la droga e distruggendo il suo matrimonio. Il nostro (anti)eroe cade in una profonda depressione e si chiude in se stesso costruendo una barriera ideale con il mondo esterno (il muro del titolo). Ormai è solo, chiuso dentro un mondo assurdo e raccapricciante, un grande quadro in continuo movimento dipinto dal delirante pennello della sua pazzia… Ed è proprio nei meandri labirintici e oscuri della sua psiche che si svolge l’intera azione del film: una sinfonia di ambienti bui e claustrofobici, animazioni grottesche e inquietanti, giochi di luci e ombre, silenzi assordanti e bui accecanti.
“Pink Floyd The Wall” trascina lo spettatore nella contorta mente del protagonista, dove passato, presente, incubi, bad trips, immaginazione e realtà si fondono e confondono: non esiste più sopra o sotto, giusto o sbagliato, reale o immaginario, ma solo un vortice lisergico popolato da ossessioni e paure in cui visuale e sonoro si alimentano l’un l’altro, si inseguono costantemente attraendosi e respingendosi tra Eros e Thanatos.
Critica sociale contro l’Inghilterra tatcheriana, autobiografia semiocculta di Roger Waters, manifesto pacifista, “Pink Floyd The Wall” si presterebbe ad un’infinità di interpretazioni, ma quella che ritengo più interessante è la dimensione psicologica: dopotutto ogni giorno non facciamo altro che pattinare sul sottile ghiaccio della vita moderna, cercando di non guardare in basso per paura di vedere una crepa sotto i nostri piedi.
Il film è una complessa ed estremamente accurata analisi della condizione dell’uomo moderno. Sintomatico è il nome del protagonista: Pink Floyd -quasi un nome collettivo-, in lui vengono riversate le caratteristiche e le storie di tutti i componenti della band. In un senso più ampio il personaggio dà corpo alle caratteristiche di una grandissima fetta di umanità: dalla ricerca continua di figure di riferimento al subire le angherie di un’ autorità ottusa e crudele; dalla ricerca della fama e del successo alla depressione per una vita di insoddisfazioni.
Pink è il volto di un genere umano che fin dal primo guizzo di intelligenza non fa altro che cercare di colmare quel vuoto che porta dentro di sé, tanto difficile da individuare quanto da colmare. Pink si barrica dietro al muro, ma una volta chiusi in se stessi è assai arduo uscire “Dopotutto non è facile sbattere il cuore contro il muro di un pazzo”

 

Giustino De Blasio


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