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Alla scoperta dell’isola di Miyajima

Carla Diamanti
16 luglio 2015

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Dieci minuti di traghetto sul “mare interno” e lo si vede comparire. Il torji più fotografato dell’arcipelago è a pochi metri. Emerge dalle acque, rosso e imponente, sembra che galleggi e intanto rapisce sguardi e obiettivi. E’ la porta sacra dell’intera isoletta di Miyajima, una delle tre località più visitate del Giappone. All’arrivo ci accolgono i daini e ci scortano fino al santuario principale, mentre facciamo attenzione a nascondere ogni pezzo di carta, di cui sono ghiotti. Poco dopo arrivano gli sposi seduti su un risciò. Si dice, un po’ per gioco, che i giapponesi moderni vogliono sposarsi da cristiani, vivere da scintoisti e morire da buddisti. Ma qui, in uno dei santuari scintoisti più venerati del paese sembra invece che nessuno voglia trasgredire alle usanze.

Lei è bella come ogni sposa, e – come ogni sposa – è in abito bianco. Lui è un po’ teso, come ogni sposo. La sala del santuario è aperta sull’acqua e possiamo seguire i lenti movimenti dei monaci vestiti di bianco e turchese che preparano con cura le offerte e gli oggetti rituali con cui accoglieranno la coppia e benediranno l’unione. Il silenzio è rotto dal gong e dal vento che muove le fisarmoniche di carta bianca legate a corde intrecciate; servono per invocare la pioggia, prodiga di raccolti di riso. Ogni tanto anche dal tintinnare di una moneta lanciata dai fedeli in preghiera, prima di suonare la campana per richiamare la divinità e di fare due inchini, due battimani e un altro inchino per salutarla. Le pittoresche botteghe dell’Isola Santuario (questo vuol dire il suo nome) vendono dolci di riso e pastefrolle ripiene a forma di foglia d’acero, cucchiai in legno come portafortuna e piccoli ciondoli con campanellini. Si sentono ovunque, sono appesi a borsette e cellulari, tintinnano nel Giappone moderno come all’interno del santuario perché le divinità siano sempre presenti.

Carla Diamanti
www.thetraveldesigner.it


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