Letteratura

Amélie Nothomb, ed è subito magia

staff
11 marzo 2012

A compiere l’incantesimo basta un cappello a cilindro nero in copertina. Magia per gli appassionati di Amélie Nothomb, che attendevano l’ultima fatica della loro beniamina, ma anche per i personaggi del suo libro più recente. “Uccidere il padre” arriva finalmente in Italia – complice, come sempre, la casa editrice Voland – coronando con il ventesimo posto la fortunatissima carriera dell’autrice belga. 
Scelta per l’ambientazione è questa volta un’America straniata, precisamente un Nevada in cui si intrecciano le vite di prestigiatori, giocolieri e giocatori d’azzardo. Joe Whip ha quindici anni e vive solo, dopo che la madre lo ha abbandonato per rimanere avvinta all’unico uomo con cui sia stata in grado di superare i due mesi di relazione. Vive in una stanza d’albergo che riesce a pagare grazie alle sue esibizioni in giochi di magia: la sua passione per i trucchi è innata, e Joe la accompagna con una dedizione totale e un’abilità fuori dal comune. Grazie al suo talento e a un incontro fortuito, il ragazzo entra in contatto con “il più grande mago”, Norman Terence, a cui chiede immediatamente di fargli da maestro. Inizia così una convivenza a tre, tra l’allievo, il mentore e la sua compagna Christina, una giocoliera del fuoco frizzante e seducente. Basta poco perché Joe venga accolto dalla coppia come un figlio.
La situazione familiare resta però ambigua e rischia di trasformarsi in un triangolo pericoloso in cui – Freud insegna – il ragazzo inizia a covare il desiderio di conquistare la madre ed eliminare il genitore.
Quanti modi ci sono di uccidere il padre? Amélie Nothomb ce ne mostra un campionario, oltrepassando come è solita fare i confini di valore e morale. Ci invita, anzi ci costringe, a dubitare delle certezze, e dopo aver costruito un apparente solido tappeto di punti fermi, ce lo strappa via da sotto i piedi. E ci porta a chiederci, ormai spiazzati, se il dottore viennese che ha influenzato tutta la cultura occidentale avesse poi così tanta ragione.
“Uccidere il padre” è un racconto essenziale in cui il dialogato – protagonista dei romanzi nothombiani, a partire da “Igiene dell’assassino” – la fa da padrone ancora una volta, accompagnato però da immagini straordinariamente suggestive, dal punto di vista figurativo come da quello simbolico. Il calore, il desiderio, l’odio e la disperazione si disincarnano dai propri nomi e dalle definizioni per prendere vita in fotogrammi, in discorsi, in scene evocative eppure in apparenza così semplici.
Eccentrico, vivace, mai scontato: un romanzo che come pochi trasmette l’immagine affascinante ed enigmatica della sua autrice.

 

Maria Stella Gariboldi


“Uccidere il padre”, di Amélie Nothomb, traduzione di Monica Capuani, Voland, pp.96


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