I nostri blog

Amarcord

staff
12 giugno 2011

In questi giorni di cambio stagione e repulisti cantina mi sono capitati fra le mani i diari della mia prima adolescenza. Pagine segnate da scritte fittissime e colorate, amori che cambiavano con la velocità con cui ora cambio lo smalto, baruffe e pacificazioni con le amichette, e poi loro: le divine. Foto su foto, ritagliate dalle riviste e poi devotamente plastificate, ancora oggi mantengono uno stato di splendore intonso, che hanno intrappolato i sorrisi ammiccanti delle leggendarie top model dei primi anni Novanta. Non solo Naomi e Claudia, ma Linda, Carla, Angie Everhart, rossa favolosa a cui devo il mio primo henné a dodici anni, Monica, Tyra, Stephanie Seymour, che odiavo perché ero follemente innamorata di Axl Rose, suo compagno o marito – no, ma esiste qualcosa di più trucido del video di November Rain?- e infine lei, la mia preferita, Helena Christensen -no, ma esiste qualcosa di più perfetto del video di Wicked Game di Chris Isaak? Vedere quella modella danese, arti e carni messi insieme in modo estatico e diabolico, con quel viso innocente, rotolarsi mezza nuda con quel figo da paura sulla sabbia bianca, con quella pelle dorata e gli occhi tropicali, era come cogliere l’essenza perfetta della beltà.
La mia Bibbia era Moda, versione femminile di King, questo particolare mi è tornato in mente oggi sfogliando i miei diari; ricordo gli articoli intriganti, vicino alle foto ci sono ancora stralci di commenti ironici e dissacratori. E non storcete il nasino pensando che ero troppo giovane per farmi un’idea: empiricamente ero già avvezza al sistema delle parole; nelle pagine pop che raccoglievano le mie memorie dell’epoca, insieme alle top, stavano, incredule e oltraggiate, liriche di Montale, Ungaretti, Campana, Sbarbaro e De André -dalla serie: dissociati si nasce e io modestamente lo nacqui.
Sfogliando quei cartacei ricordi e lasciandomi penetrare da quegli sguardi dal passato, mi sono fatta rapire da quel tripudio di bellezza sfrontata. Bellezza da Venere trionfante, lussureggiante, salubre, come il profumo del gelsomino che penetra nelle narici e arriva nel cervello, liquido, e ti stordisce e ti inebria; così erano quelle bellezze: irretivano. Per questo sono ancora adesso intramontabili e si guarda loro con languida nostalgia: esse incarnano un’idea neoplatonica di bellezza; una bellezza oggettiva, la bellezza dei giusti, congiunzione tra l’umano e il divino.
Poi arrivò lei, Kate. Come una pallottola, dritta nel cuore. E niente fu più come prima.

 

Torquemood