Motori

Andrea Antonelli: una passione fatale per il motociclismo

Davide Stefano
23 luglio 2013

andrea-antonelli

Abbiamo visto, dopo i vari casi Simoncelli e Daijiro Kato, una situazione tragica all’interno dei circuiti motociclistici.
Abbiamo cominciato nel 1973 con l’incidente di Pasolini fino ad arrivare oggi alla morte di un ragazzo di appena 25 anni: Andrea Antonelli. A questo punto la domanda che ci dobbiamo porre è: lo spettacolo per il pubblico vale davvero la vita di questi centauri?
Prima della gara di Mosca si sapeva che non si sarebbe dovuto correre a causa delle pessime condizioni meteorologiche.
Si sa, le gare motociclistiche hanno guadagnato nel corso degli anni una spettacolarità sempre più forte, soprattutto nella superbike, grazie a moto di serie che riescono ad avere oltre 230 cavalli e a tempi di giro tra le varie teste che sfiorano il millesimo di secondo.
Le varie case motociclistiche cercano in tutti i modi di proteggere i loro piloti, ma solo il fato può salvarti se fai una caduta oltre i duecento chilometri orari e prendi addirittura una moto in testa.
L’introduzione nei vari circuiti di vie di fuga, safety car, prati sostituiti con ghiaia per permettere una più efficace e veloce frenata in caso di uscite di pista, sono stati strumenti utili per dimezzare il numero di incidenti, ma si può, e si deve, fare di più.
Ad esempio, per le moto l’airbag della Dainese è stato un incredibile passo avanti, conseguito tramite dieci anni di ricerche. Il punto nodale è tuttavia che con i progressi della tecnologia nell’ innalzare i limiti il rischio per i piloti si alza sempre di più.
Per concludere, non posso che ricordare le parole di Max Biagi, che in un articolo apparso ieri sul quotidiano “La Repubblica”, ha affermato: “amo questo sport ma in giornate così sto iniziando ad odiarlo”.
Certe volte la passione supera la paura, quella stessa passione che ti fa mantenere il sangue caldo e la testa sulle spalle.

Davide Stefano


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