Cinema

Aspettando il Re: Tom Hanks alla ricerca di se stesso in Arabia Saudita

Michela D'Agata
22 giugno 2017

Il film “Aspettando il re” è l’adattamento cinematografico, scritto e diretto da Tom Tykwer, del romanzo “A hologram for the king” di Dave Eggers, autore anche di The Circle.

Il due volte premio Oscar Tom Hanks interpreta Clay, un cinquantenne americano divorziato e in serie difficoltà, non solo economiche. Per riuscire a pagare la retta universitaria della figlia,  accetta di recarsi in Arabia Saudita per vendere al Re del posto un sistema di teleconferenze basato sugli ologrammi. Il re però tarderà a riceverlo e col passare dei giorni Clay, catapultato in un mondo a lui estraneo e sempre più stranito dalle usanze locali, stringerà amicizia con uno stravagante autista e con l’affascinante dottoressa saudita che lo ha in cura (Sarita Choudhury). Nella lunga ed estenuante attesa l’uomo dovrà affrontare i fantasmi del suo passato, messi in scena tramite numerosi flashback ed inquietanti sogni, e dovrà scontrarsi con le proprie insicurezze e ansie per poter risalire dall’abisso in cui si sente sprofondare.

Il deserto, luogo ostile di catarsi e rinascita, fa da perfetto sfondo a questo film simbolico e a tratti onirico. La vita di Clay va ricostruita proprio al pari della metropoli che il Re progetta di innalzare nel deserto. Alla intangibilità degli ologrammi si contrappone la concretezza del corpo affaticato del protagonista, simbolo del suo disagio interiore che verrà esternalizzato tramite un’enorme cisti che gli comparirà sulla schiena, ma che si tramuterà in un occasione di rinascita grazie all’incontro con la bella dottoressa.

Centrale nella trama è l’incontro-scontro tra due culture agli antipodi, brillantemente rappresentato senza mai arrivare all’eccesso.

Ma pilastro portante del film è proprio Tom Hanks: il ruolo del medio americano gli calza a pennello e lui non delude le aspettative. A differenza però della trama, che appare lenta ad ingranare e con spunti accennati ma non sviluppati appieno; l’impressione è forse quella di un bel libro che, portato sul grande schermo, perde un po’ della sua magia.


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