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Bekaa, Libano. La valle di Dio

Carla Diamanti
24 novembre 2017

Da una parte le roccaforti di Hezbollah, il partito di Dio, dall’altra i grappoli delle uve che hanno reso celebri i vigneti del Libano. La valle della Bekaa, che corre obliqua fra il mare e i monti, sembra riassumere ed esprimere le contraddizioni e le anime del Libano. Quando le alture del Paese dei cedri stanno per sconfinare in quelle siriane, la valle si apre su due delle sue perle più preziose, Anjar e Baalbek. La prima racconta la grandezza e lo stile architettonico degli Omayyadi, i califfi che portarono l’Islam fuori della sua culla e che lasciarono meravigliose tracce di vita e di arte. Ma qui su questo altipiano di 900 metri è Baalbek che ruba attenzioni e che lascia a bocca aperta. Devota a una triade di divinità fenicie, sotto l’imponente tempio di Giove sorretto da gigantesche colonne l’antica Heliopolis ellenistica stregò anche i Romani. Forse per le dimensioni ciclopiche dei monoliti utilizzati per la costruzione. Pietre giganti diventate basi, fusti, architravi. Pietre decorate da bassorilievi che stridono per la loro bellezza con le costruzioni moderne, squadrate e avvilenti, che circondano l’antico, soffocandolo e quasi violandolo.

Fuori del sito, oltre i templi e i sancta sanctorum le bancarelle disordinate si aprono ogni giorno su una quinta urbana fatta di grovigli di fili elettrici, di muezzin che richiamano alla preghiera, di bandierine che inneggiano alla rivolta, di donne coperte, di profumo di piccole focacce appena sfornate, ripiene di carne, formaggio o verdure. Di una consolidata vita quotidiana che sembra lontana da quella degli antenati fenici e anche da quella dei contemporanei modaioli della capitale Beirut. Una vita quotidiana che stride e che convive con il suo opposto, che si nutre di divino in una terra da cui scorrono fiumi di vino per deliziare i palati laici o miscredenti di quelli che vivono più lontano.

 


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