Cinema

Blade Runner 2049: “Nato e non creato”

Michela D'Agata
12 ottobre 2017

Dopo lunga attesa, a distanza di ben trentacinque anni dall’uscita del film di Ridley Scott, approda finalmente in sala il distopico mondo abitato da uomini e replicanti di Blade Runner, questa volta con la firma di Denis Villeneuve.

Siamo nel 2049 (il film di Scott era ambientato nel 2019) e l’agente K, interpretato da un convincente Ryan Gosling, è un replicante di nuovissima generazione ed è un blade runner: il suo compito è quello di “ritirare”, come si dice in gergo, i modelli più vecchi di replicanti rimasti in circolazione clandestinamente, che – a differenza – sua sono inclini alla ribellione e alla disobbedienza. Il ritrovamento di una tomba con ossa di replicante lo porterà ad investigare sull’esistenza di uno sconvolgente segreto che, se rivelato, potrebbe portare alla rottura del “muro” che tiene insieme la società, quello tra umani e replicanti. Obbligato dai suoi superiori ad indagare e poi nascondere questo segreto, l’agente K inizierà a porsi domande sulla propria identità e incontrerà nel suo cammino il famoso agente Deckart, scomparso nel nulla 30 anni prima. Ma non possiamo rivelarvi di più.

Sequel, prequel, spin-off, remake ormai sono all’ordine del giorno, sembra quasi che ad Hollywood non sappiano più cosa inventarsi e allora decidano di ripiegare sul passato.  In parte sarà anche vero, ma portare nuovamente in scena un cult che ha segnato un’epoca e che ha definito la categoria dei film di fantascienza più che un ripiego è un rischio considerevole.

Fortunatamente Blade Runner 2049 può dirsi un film perfettamente riuscito. Non sarà un capolavoro, né tantomeno al livello del precedente, ma di certo non delude, a differenza di molto altri sequel sfornati negli ultimi anni. Non solo Denis Villeneuve (Arrival, Prisoners, Sicario) mantiene rigorosamente intatta la cifra stilistica del film precedente, soprattutto a livello di atmosfere e ambientazioni, ma è riuscito ad innovare ed estendere il filo narrativo senza snaturarlo e quindi a creare al contempo un’opera a sé stante, con una propria forte autonomia ed identità.

Identità che è anche quella che il protagonista ricerca: l’agente K vive il dramma di non sapere chi sia realmente, un replicante o un uomo vero? Proprio come nel finale irrisolto del film originale, in cui rimaneva il dubbio se l’agente Deckard (che in questa pellicola si farà un po’ attendere) fosse umano o meno. Ma se neanche ci accorgiamo della differenza tra le due alternative, questa differenza esiste davvero? E se esistesse sarebbe così rilevante? Questa è la  tematica di fondo che si ricollega alla prima pellicola e che porterà alla creazione di una forte connessione melodrammatica, quasi romanzesca, tra Deckard e la figura dell’agente K.

Il maestro della fotografia Roger Deakins compie un lavoro straordinario con l’illuminazione degli ambienti, mantiene un’atmosfera dai toni  freddi e metallici, sfociando sul finale a sorprendenti toni più aranciati e di fortissimo impatto.

L’unico punto buio ruota intorno a Neander Wallace, capo dell’azienda produttrice dei nuovi replicanti e antagonista: interpretato da Jared Leto è un personaggio misterioso che appare irrisolto, poco analizzato, e che lascia interrogativi sul suo passato e sulle sue reali intenzioni per il futuro…Ci dobbiamo forse aspettare un altro sequel?


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