Blocco di Twitter in Turchia: è guerra mediatica

Davide Alessandro Giannattasio Fanigliulo
24 marzo 2014

immagine di copertina

Sulla penisola dell’Anatolia gli uccellini hanno smesso di cinguettare dopo che il premier islamico Recep Tayyip Erdogan ha dato seguito alle minacce di bloccare uno dei più diffusi social network al mondo.

Erdogan, infatti, pochi giorni prima aveva annunciato: «Sradicheremo Twitter. Non mi interessa quello che potrà dire la comunità internazionale […]. Vedranno cosi la forza della Turchia». Detto fatto:, venerdì scorso alle 23.00 (orario italiano) la Turchia si è ritrovata improvvisamente senza Twitter.

foto 1

Le motivazioni? Sembrerebbe che il primo ministro turco fosse invischiato in alcuni scandali di corruzione e che le prove fossero comparse nelle ultime settimane proprio sul Twitter. Inoltre dopo lo scandalo tangentopoli “made in Turkey”  che coinvolge decine di personalità del regime, Erdogan ha rimosso migliaia tra poliziotti e magistrati, compresi i protagonisti delle inchieste sulla corruzione. Secondo l’avversario politico è un tentativo di colpo di stato e non è accettabile che in un Paese membro dell’Ue vi siano simili comportamenti antidemocratici. E proprio dall’Europa non si sono fatte attendere risposte di disapprovazione: «L’interdizione di Twitter in Turchia è senza fondamento, inutile e vile. Il popolo turco e la comunità internazionale vedranno questo come una censura. Cosa che è davvero». Queste sono le parole della commissaria europea per le nuove tecnologie Neelie Kroes.

foto 2

Le proteste arrivano da ogni dove: comunità internazionale, stampa locale e mondiale e persino il presidente turco Abdullah Gul, il quale afferma che «una chiusura totale delle reti sociali non può essere approvata». Tutti sono d’accordo a riguardo, eppure la rimozione del blocco non sembra per nulla prossima. Al contrario, pare che il premier turco abbia chiesto a Google di rimuovere da YouTube il video che prova la presunta corruzione. Il “no” di Google non si è fatto attendere, ma  la reazione di Erdogan è stata la minaccia di bloccare lo stesso sito di video sharing.

foto 3

La risposta di Twitter è stata immediata con la creazione dell’hashtag #TurkeyBlockedTwitter, condiviso da migliaia di utenti in tutto il mondo. Ma alle proteste si sommano anche gli “sfottò” per un regime che crede di poter cucire le bocche con la censura di un sito. E la minaccia di censurare ogni social network che abbia intenzione di diffondere le notizie relative agli scandali del governo turco appaiono come il tentativo di tappare con delle pezze le falle che lui stesso ha creato.

Davide Alessandro Giannattasio Fanigliulo