Blog del Direttore

Quando entrare al Liceo è più triste che in un ospedale

Luca Micheletto
9 febbraio 2015

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Si sa, rientrare nel proprio Liceo dopo anni ha sempre un qualcosa di mistico e terrificante insieme, perché all’improvviso, dopo la maturità, quel luogo che appariva così familiare, dove si passavano 5 o 6 ore ogni giorno con la sola eccezione della domenica – non perché giornata dedicata al Signore ma allo studio per le imminenti verifiche –, diventa una sorta di castello dei fantasmi che al solo passarci davanti cominciano a tremarti le gambe.

Ma se nel corso della stessa giornata per caso ti capita di varcare l’atrio del tuo Liceo e poi quello di un ospedale, quando ti accorgi che il secondo ti è apparso decisamente più allegro del primo, beh, allora qualche domanda comincia a frullarti per la testa. È quello che è capitato a me pochi giorni fa.

Rientrato al Beccaria – sulla carta il liceo classico più antico e uno dei più prestigiosi di Milano, ma nella pratica un prefabbricato degli anni Cinquanta che neanche un istituto tecnico di periferia – sono stato investito da un’atmosfera malinconica e polverosa. L’unica cosa che mi è venuta voglia di fare era prendere e scappare il prima possibile.

E invece ho salito la scalinata d’ingresso, sono passato davanti a bidelli (ops, collaboratori scolastici), che non si sono certo degnati di accennare un saluto, occupati com’erano a leggere le loro riviste di gossip, e mi sono affacciato al bancone della segreteria aspettando per qualche minuto prima che una segretaria (ops, assistente amministrativa), dopo avermi osservato per qualche secondo con aria interrogativa come a chiedersi “e questo cosa vuole?“, si degnasse di alzarsi per venire a chiedermi di cosa avessi bisogno. Il tutto, ovviamente, dandomi del Tu.

Non contento, ho deciso di percorrere qualche metro di quei corridoi che mi avevano visto correre in classe per centinaia di mattine al fatidico suono della campanella e affacciarmi in aula professori cercando di scorgere qualche volto familiare.
Tutto era rimasto come l’avevo lasciato. Ma se i banchi scarabocchiati o le porte dei bagni rotte possono conservare un che di affascinante, gli sguardi dei professori annoiati che non aspettano altro che il momento della pensione, ecco, questo non ha potuto che lasciarmi con l’amaro in bocca.
Unico raggio di sole in questo triste panorama, il sorriso contagioso della mia professoressa di Lettere del Ginnasio, l’allora temutissima professoressa Trussardi che riuscì addirittura a darmi il debito in Italiano e a farmi vivere ogni sua interrogazione come fosse la ricezione di una lettera di Equitalia.

Percorrendo a ritroso i corridoi deserti, ho ripensato a quanto, nonostante tutto, io debba a quegli anni, agli amori impossibili, agli amici che – anche inaspettatamente! – sono rimasti per la vita, alla passione per la cultura classica nata proprio su quei banchi scomodissimi. Ricordi agrodolci sfumati tra la noia delle versioni di latino e il trasporto nell’ascoltare le tragedie greche spiegate con somma maestria da una indimenticabile professoressa Manfredi – beh, lei sarebbe stata in grado di far appassionare lo studente più svogliato anche al funzionamento di un rubinetto.
In fondo tra queste mura si è costruita la mia, la nostra identità. E probabilmente senza alcuni di quei grandi Maestri che ho incontrato in questo percorso non avrei mai intrapreso questa attività e non avrei mai pensato di dedicare la mia vita alla scrittura.

Ma penso che gran parte di tutto ciò sia dovuto anche allo spirito decisamente fuori dal comune di una classe che sin dal primo giorno aveva cercato di stravolgere l’ordine prestabilito, mandando in crisi professori probabilmente abituati a rivolgersi a burattini e che per questo avevano prescritto addirittura un monitoraggio psicologico per alcune settimane in quella che allora si chiamava ancora Quarta Ginnasio.
Il nostro opporci imperterriti all’ingiustizia di aver avuto ben quattro supplenti di Latino e Greco in due anni a causa dell’esimio professor Roberto Vecchioni che, pur continuando a occupare una cattedra pubblica a suon di aspettative, non si è mai degnato di mettere piede al Beccaria, rovinando così generazioni di studenti; le nostre discussioni accesissime sui temi di attualità che proseguivano ben oltre le ore scolastiche; il nostro farci trovare nel laboratorio di lingue per guardare un film in lingua originale e sfuggire così ad una lezione di grammatica inglese; il nostro mantenere viva la mente “giocando” a nomi-cose-città durante le interrogazioni altrui; ed, infine, una gita scolastica dell’ultimo anno completamente autorganizzata perchè nessuno voleva prendersi la briga di portarci in giro per il mondo – noi, così imprevedibili! Ecco, credo che sia stata anche questa sorta di “autogestione” a farci diventare quello che siamo oggi, senza di fatto distrarci da quelle lezioni coinvolgenti e davvero formative durante le quali – guarda caso – non volava una mosca.

È vero, ora gli studenti non giocano più a nomi-cose-città, ma probabilmente passano il tempo su Facebook con l’iPad nascosto sotto i libri. Forse però sarebbe il momento di rivoluzionare la nostra scuola.
E questo non significa di certo abbandonare il sacrosanto studio del latino e del greco, ma piuttosto cambiare la struttura delle nostre scuole e imparare a far interessare ancora gli studenti alla nostra Storia.

Forse basterebbe partire da qualcosa di semplice ma efficace: come al Liceo scientifico Antonio Labriola di Ostia dove è bastato – senza un euro dallo Stato – verniciare diversamente le aule rendendole tematiche, in modo che ogni ora gli studenti possano cambiare ambiente percorrendo pochi metri di corridoio…
Piccoli accorgimenti per costruire un’Italia migliore.