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Fotografia

Bohnchang Koo a Milano

Alberto Pelucco
12 novembre 2014
05. Bonhchang Koo, White 03, 2000 © Koo Bohnchang

05. Bonhchang Koo, White 03, 2000
© Koo Bohnchang

Non si può scendere due volte nello stesso fiume”. Con questa frase nel VI secolo a. C. il filosofo Eraclito di Efeso si pose il problema della caducità della vita, cui l’uomo ha sempre cercato di opporsi con le rassicuranti parole dei saggi, con i versi dei poeti e i prodigi della tecnica.

Nel medioevo il suono della campana, che scandiva l’inizio e la fine delle giornate di lavoro, dava l’illusione di controllare ore, minuti e secondi, esattamente come gli orologi sempre più precisi e perfezionati di oggi.

Qui si inserisce la ricerca artistica del fotografo coreano Bohnchang Koo che nei suoi scatti, in mostra a Milano alla Galleria Carla Sozzani fino all’11 gennaio, individua nella trascendenza delle cose la soluzione alla provvisorietà dell’esistenza.

Elevare oggetti di tutti i giorni o scorci naturali a una dimensione ultraterrena significa liberarli dalla schiavitù inesorabile del tempo.

Ecco dunque che un comunissimo pezzo di sapone smette di sciogliersi. Una parete cessa di subire oltre i segni degli agenti atmosferici. Un semplice vaso non è più una mera scultura di porcellana, ma tradisce la vocazione artistica innata nell’uomo e la stretta relazione empatica che si crea tra artista e pubblico.

Koo prende a riferimento oggetti di tutti i giorni e li estrapola dal contesto in cui sono stati prodotti. Il mondo che egli costruisce è ben diverso da quello a cui siamo abituati, che artisticamente si esprime con una vasta tavolozza di colori. Quella dove siamo immersi è un’altra dimensione, che non patisce lo scorrere del tempo e non è raffigurabile se non con dei non-colori, quali bianco e nero. Ecco spiegata quindi la scelta di queste due tonalità cromatiche neutre per vasi, pareti e saponi.

07. Bohnchang Koo, Portraits of Time 01, 1998 © Koo Bohnchang

07. Bohnchang Koo, Portraits of Time 01, 1998
© Koo Bohnchang

Tuttavia, gli oggetti in questione non vengono corretti o modificati. Gli aghi di pino sulla neve e i segni del tempo sulle pareti di una casa restano, per ricordarci che la vita passa per tutti. Sta a noi rallentare la corrente impetuosa di questo fiume non restando insensibili alle emozioni che l’arte, la natura o comunissimi oggetti di uso quotidiano ci trasmettono.

Del resto molte sono le culture, specie quelle orientali, che valorizzano piatti sbeccati e porcellane fesse, perché sono le loro crepe l’emblema della loro lotta con il tempo e della loro preziosa antichità.

L’uomo – sembra dire Koo – ha sempre avuto la facoltà di bloccare lo scorrere del tempo, ma non deve mai commettere l’imprudenza di considerarsi immortale.

Non è un caso che, quando nella Roma antica un generale o imperatore celebrava il trionfo dopo la vittoria, si portava sul carro un servo che, tra acclamazioni e festeggiamenti, gli sussurrava: “memento mori”, ricordati di morire. Oggi, l’impero e i generali sono morti, ma non il loro ricordo.

Bohnchang Koo , “Open end”
Galleria Carla Sozzani, Corso Como 10 – 20154 Milan
Da domenica 9 novembre 2014 al 11 gennaio 2015
Orari: tutti i giorni, ore 10.30 – 19.30 mercoledì e giovedì, ore 10.30 – 21.00
Informazioni: www.galleriacarlasozzani.org
Tel. +39 02.653531

Ingresso Libero


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