Cinema

Bollywood, la più grande industria cinematografica del mondo

Giorgio Raulli
7 giugno 2013

La prima pellicola indiana fu “Pundalik” di Chitre e Torney, ed il primo vero film lungometraggio “Raja Harishchandra”, realizzato nel 1913; da allora il cinema indiano è uno dei più prolifici dell’industria culturale mondiale, soprattutto grazie al grandissimo appoggio dato da un pubblico assiduo e molto vasto. I biglietti per il grande schermo sono infatti tra i più economici del mondo, acquistati da circa un miliardo di persone ogni tre mesi (a quanto dichiara il Central Board of Film Certification of India).

Film molto apprezzati da un certo pubblico occidentale, che vedono spesso come protagonisti giovani innamorati contrastati dalle famiglie, storie ambientate in case sfarzose, piene di melodramma o di comicità, ma anche di azione, suspance e fantascienza. L’ormai conosciutissimo neologismo Bollywood deriva proprio dalla fusione tra “Bombay” e “Hollywood”, volendo identificare chiaramente il cinema commerciale, rivolto al profitto e ad un pubblico il più ampio possibile, e le particolarità tutte indiane, a partire dalle durate spesso spropositate (anche di tre ore).

I personaggi rappresentano la forte tradizione indiana, ma al contempo anche i cambiamenti e i contrasti dovuti alla globalizzazione e alla contaminazione con la società occidentale. Del resto avviene anche l’inverso: il cinema indiano ha molto influenzato film e musical occidentali – basti pensare a “Moulin Rouge!”, ma anche a “40 anni vergine” – proprio a causa della forte presenza culturale del Paese, espressa con musica e danze che sono fondamentali nella loro produzione cinematografica. Scene, queste, di non facile realizzazione: il primo ad utilizzare il playback di cantanti professionisti nelle scene musical è stato Debaki Bose nel 1934, una tecnica che tuttora viene usata per ovviare alle dote canore non proprio eccellenti di alcuni attori; le scene ballate invece, se sono talvolta destinate ad una finalità logica nella trama, altre volte possono essere un modo per operare delle digressioni, una tecnica narrativa propria anche di molti scrittori indiani.

Ma l’India non è solo vicende sentimentali o familiari, dai contenuti sgargianti ed omologati come in una telenovela: esistono anche i “film d’arte”, film d’autore che dagli anni ’60 cercano di fotografare le mille altre facce dell’India, un cinema indipendente realizzato con budget ridotti ed attori emergenti, che palesemente è stato influenzato nel corso del tempo dal Neorealismo e dalla Nouvelle Vague. Pellicole come “The terrorist” (1997), film sulla crisi d’identità di una terrorista, come “Split wide open” (1999), il dramma di un ragazzo in ricerca della sorellina vittima della prostituzione, o come “Satya” (1998), film di denuncia sulla criminalità e corruzione a Mumbai, o come ancora i film della famosa “Trilogia di Apu” di Satyajit Ray (seconda metà degli anni ’50): tre atti drammatici che descrivono la giovinezza di un ragazzo, il suo eterno conflitto tra i suoi sogni e l’affetto per la madre, il suo amore per Aparna, la sua vita povera.
Un cinema, quello indiano, costruito su fondamenta molto solide, in grado di produrre pellicole di ogni genere, per ogni tipo di pubblico ed aperto anche al mercato estero, senza mai rinunciare al tradizionalismo e al background culturale.

Giorgio Raulli


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