Sport

Bolt e Neymar, modelli per sempre

Riccardo Signori
7 agosto 2017

C’è modello e modello. Parliamo di sport ovviamente. Ne abbiamo avuto prova nel giro di una settimana. Definiamoli così: il modello Neymar e il modello Bolt. E appunto la storia di questa settimana ci dice che saranno modelli per sempre. Entrambi provengono da terre dove l’allegria sta nel dna, dove sport e sorriso spesso si coniugano insieme e dove vincere e far soldi resta una buona regola. Neymar da Silva Santos junior, detto O’Ney, è un calciatore, gioca uno sport di squadra, e si è appena trasferito dal Barcellona al Paris Saint GermainUsain Bolt chiude qui la sua carriera di stratosferico uomo missile delle piste di atletica. E veniamo al modello.

 Il modello Neymar ci dice che l’atleta pensa più al soldo che alla gloria: il brasiliano è un buon calciatore, sfiora l’ottimo ma non è grande. E difficilmente lo diventerà preferendo annusare la banconota più della bellezza di un pallone in gol. Segna reti, ma non sempre è decisivo. Ha vinto qualcosa, ma per esser grandi serve vincere di più o dimostrarlo sul campo a dispetto di successi e sconfitte. Certamente passerà alla storia per il gigantesco affare che ha condito il suo trasferimento: una cifra che va oltre i 500 milioni di euro.

 Nessun atleta può ripagarti di una montagna di danari del genere in quanto a prestazioni e vittorie. O, più precisamente, Neymar, per ripagare il Paris Saint Germain, dovrebbe vincere con la squadra almeno quattro Champions league in sei-sette anni. C’è da dubitare che l’impresa riesca. Andrà bene se ne conquisterà uno. Ecco, questo non è il miglior modello possibile. Anche per il calcio che pur naviga tra personaggi di ogni specie.

 Modello Bolt è altra storia e fatti. Un fantastico campione che ha deciso di chiudere con il suo sport, lascia  decine di milioni di tifosi che ha sempre saputo fare emozionare, e tiene nella bacheca record planetari: chissà mai quando saranno battuti? Il finale della storia voleva l’ultima vittoria  nei 100 metri ai mondiali di Londra. Pareva un “the end” ben programmato. In fondo, quello che tutti desideravano.

 Invece Bolt all’ultima gara è tornato umano: un campione che va incontro al destino, combatte e ci sbatte il muso. Due americani davanti a lui, un ex dopato, Justin Gatlin, e un ragazzo, Christian Coleman, che potrebbe diventare il prossimo re dei 100 metri. Sarà un caso se nel declino finale di Bolt sia incespicata tutta la Giamaica? Anche fra le donne la favorita Elaine Thompson ha lasciato strada a Tori Bowie, altra americana. Gli Usa risorgono mentre Bolt se ne va: il bello dei cicli che lo sport ravviva sempre.

 Ma l’ultima scena in gara individuale di Usain è stata ugualmente emozionante, affascinante, bella e imprevista. Bolt ha perso,eppure il pubblico era tutto per lui. Sapeva vincere , ha dimostrato di saper perdere: così si racconta sport. Anche Muhammad Alì e Michael Jordan mollarono con una sconfitta di troppo. L’ultimo atto è sempre difficile. In realtà il giamaicano più veloce del mondo ha dimostrato di essere ancora super, gli basterebbe allenarsi un po’. Ne avesse fatto una questione di soldi, sarebbe rimasto in gara altri cinque-sei anni. Invece Bolt voleva vincere e conquistare record ed ha capito che non era più il suo tempo.

 Ecco il modello che piacerà sempre a tutti.


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