Sport

Bolt: la vita in un film. L’Impossibilità di essere normale

Riccardo Signori
29 novembre 2016

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“I am Bolt” come fosse “I am Bond”, gente che non lascia scampo. “I am Bolt” è un film, di vita ed anche avventura, dove sparano solo le pistole dello starter ma nel resto c’è il tanto per sognare e far sognare. Usain Bolt ha presentato la sua autobiografia cinematografica, al cinema solo per un giorno, poi disponibile in Dvd  e Br con Universal Pictures dal 6 dicembre. Stile docu-film per il vero. Ovvero lui attore principale che ci spiega, ci rapisce, ci porta nella Giamaica del suo seme, ci fa conoscere i genitori e tutti quelli che hanno costruito il Supereroe dell’atletica dell’ultima decade.
“I am Bolt” è stato proiettato a Londra alla presenza appunto del nostro ultimo Superman, ma anche a Milano (cinema Arcobaleno con la partecipazione di Filippo Tortu, che non è Bolt ma aspira a far divertire gli italiani appassionati dai prossimi mondiali in poi) ed in altre città del mondo. Ne emerge il ritratto di un ragazzo battezzato nel talento, ma pure nel lavoro duro per raggiungere certi risultati. “Anche lui fatica come noi, ha dovuto seguire certe regole e le ha illustrate per farci capire. Per questa ragione mi piace ancora di più”, ha spiegato Filippo Tortu al pubblico milanese.

Bolt ha raccontato una vita da campione, lasciando vedere il bello e dimenticando le scivolate umane ma nel sottofondo, nello svelare i tormenti quando gli allenamenti hanno cominciato a pesare, nel buttarsi oltre l’ostacolo della noia e della fatica, snocciolando i dubbi che ti prendono ad ogni finale, ad ogni passo nel quale devi dimostrare di essere il più forte, ha rivelato il grande cruccio e il grande sogno: tornare ad una vita da uomo normale. “Che possa mangiare quel che gli pare, dormire quando vuole e far tardi la notte quando serve. Essere un ragazzo normale”.

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È questo il tirar delle somme dopo aver ripassato tutte le sue imprese, un filmato dietro l’altro, inseguito da “oh!” di meraviglia che hanno accompagnato certe magie sulla pista: dalla medaglia d’oro ai mondiali juniores (2002) sui 200 metri, ancora quindicenne, alla terza tripletta olimpica di Rio de Janeiro (100, 200 e 4×100) che lo ha reso immortale. Immortale come Muhammad Alì, andato oltre lo sport e i suoi confini.”Ecco, vorrei essere accostato a Lui, un simbolo che mi ha stregato. Come pure Pelè”, ha concluso Bolt con il calcio nel sangue, una passione che ora vorrebbe esercitare davvero. Magari a Manchester(sponda United), la squadra che gli piace tanto.

Londra, invece, racchiude momenti importanti:a Londra ha presentato il suo film, a Londra ha vinto tre medaglie olimpiche nel 2012, a Londra chiuderà la carriera questa estate, correndo i 100 metri.

Nel docu-film emergono la caratura dell’atleta, i momenti privati di lavoro: le pungenti immersioni nelle vasche piene di ghiaccio, i dolori sulle gambe tagliuzzate e ferite  per sentir di più il morso  della fatica, le corse con i traini agganciati alla schiena, i consigli tecnici e psicologici dell’allenatore, la involontaria complicità degli avversari quando lo hanno sfidato. Si parla poco di doping, si accenna all’americano Justin Gatlin e ai suoi problemi, si dimentica che nei filmati con Bolt appaiono tre compagni di staffetta pescati per doping. Del resto il fulmine giamaicano ha sempre usato un solo metro nelle parole: “Chi lo usa, va cacciato”.

Nel suo curriculum non c’è traccia di peccati, ci sono soltanto medaglie e record: 9 ori olimpici, 11 titoli mondiali e due argenti, i primati mondiali di 100 e 200 metri e della staffetta 4×100.  E oggi che Bolt sta cominciando ad inseguire la normalità, con un mondo agonistico da salutare e un altro mondo nel quale avventurarsi (“Anche se lo sport e l’atletica avranno sempre un ruolo centrale”) nessuno, per primo lui, potrà dimenticare la sua impossibilità di essere normale.


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