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Bradford, la città dei sogni

Carla Diamanti
22 ottobre 2015

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Mi piace quel suo stile cosi poco british. Mi piace il verde del West Yorkshire che la circonda e il colore dei mattoni delle case che racconta lo sviluppo durante la Rivoluzione Industriale. Mi piace meno il vento che spazza le sue strade in ogni stagione, obbligando a piegare la schiena e a incedere a testa bassa. Non scoraggia le migliaia di studenti che, a fine settembre, arrivano da tutto il mondo per frequentare la sempre piu rinomata University of Bradford. E’ lei che sta (di nuovo) cambiando il volto di questa città stretta fra le vicine Leeds e York fra le quali si fa largo sempre più prepotentemente. Complice il cinema, cui Bradford ha contribuito con registi, produttori e premi oscar (Simon Beaufroy che ha ricevutto la statuetta d’oro per The Millionnaire è nato a Keighley, un sobborgo di Bradford) e che l’UNESCO ha riconosciuto come uno dei patrimoni indiscutibili della città, diventata la prima Città del Cinema al mondo con l’unico museo nazionale dedicato alla Settima Arte. Aggirandosi per le strade del piccolo centro storico, a due passi dal suggestivo quartiere vittoriano di Little Germany, si respira il profumo d’Oriente cui Bradford deve un altro dei suoi titoli, quello di Curry capital of England, cui è seguito quello di EthniCity, e non è un caso se qui si concentra la più grande comunità di immigrati dal sud est asiatico dopo Londra.

Colori, profumi e sapori. Oltre che sfide: andate da Omar e provate a mangiare i suoi celebri naan dalle dimensioni esagerate, girate per i negozi di tessuti dai colori improbabili, guardate spuntare dai tipici cottage inglesi famiglie in abiti lunghi e con il capo coperto, uomini e donne che siano. Se invece preferite la birra andate nell’unico pub intitolato a Sir Titus Salt, imprenditore illuminato (e grande sognatore) che trasformò la sua città in uno dei principali centri europei per la lavorazione della lana. E se oggi da settembre a giugno Bradford è invasa da studenti di ogni angolo del mondo, durante la Rivoluzione Industriale gli opifici di Titus Salt richiamavano lanaioli da tutto il Paese. Per loro l’imprenditore costruì poco fuori del centro il villaggio di Saltaire, un inno all’armonia, dove gli operai potevano lavorare e vivere serenamente: c’era un filatoio, c’erano le case, la scuola, le sale di ritrovo, i giardini e persino gli orti da regalare agli operai perché nel tempo libero li coltivassero invece di andare a bere. C’era la ciminiera, certo, ma era posizionata in un luogo in cui le correnti d’aria disperdevano i fumi senza farli ricadere sulle abitazioni. Un ecologista ante litteram, un sognatore moderno, un precursore che contribuì a fare di Bradford quello che è oggi: quanto di più inatteso ci si possa aspettare. E se invece vi sembrerà di averla già vista, allora vuol dire che l’avrete riconosciuta guardando Billy il Bugiardo, o Monty Python: il senso della vita.

Carla Diamanti
www.thetraveldesigner.it


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