Il mio punto di vista

Brera tra sacro e profano

Gabriella Magnoni Dompé
26 giugno 2013

Brera, tempio di sogni, di tarocchi e di serate al famoso “numero 13”. Scaramantico? Sicuramente fascinoso.
Anni e anni di passeggiate notturne in quello che più mi ricordava la New York della Fabric. Quell’atmosfera fatiscente e proibita che oramai è stata oggetto di una convinta gentrificazione.
Pullulano le aperture e, al vecchio Momus, luogo degli appuntamenti galanti dei lontani anni Ottanta, prima di recarci nel tempio notturno di quel che fu il Nepentha di piazza Diaz, si sono sostituiti splendidi negozi mega moderni o reticentemente post chic. Gucci con il suo nuovo store tutto al maschile, caratterizzato da una collezione disegnata dall’homus italicus per eccellenza, perlomeno nella moda cosmopolita, vale a dire il nostro Lapo nazionale. Non ci facciamo mancare nemmeno Brooks Brothers, per i meno eccentrici e più conservatori, a cui si aggiunge un tocco di femminilità firmato Patrizia Pepe. Il tutto accompagnato dalle gustose promesse del futuro nuovo sushi che tutti stiamo attendendo e da quella miriade di negozi e negozietti che fanno della Brera nostrana una vera e propria Soho.
Gioie e delizie di un quartiere di Milano che da sempre occupa un posto speciale nel mio cuore – anche e soprattutto perché lì mia madre crebbe dal suo diciottesimo anno di vita.
Una Brera che associo inevitabilmente a quello che per noi ragazzi degli anni Ottanta fu il tempio del divertimento: quel Byblos così diverso, con le sue arcate romane e il suo fascino di quasi antica trattoria, rispetto al nuovo Byblos che troneggia sotto le torri della BTicino, insegna dell’italianità lanciata verso il futuro degli anni post Duemila.
Ma di Brera che cosa sono rimasti oltre ai famosi pebbles così diffusi a Roma ma così rari nella nostra città?
L’antiquario del post moderno, le chiese nella loro antica romanicità, dove ancora oggi la mia piccola Rosyana si è accostata alla sua prima comunione. Pochi metri più in là, in quel di San Sempliciano, io stessa fui battezzata.
Brera, un nome e un quartiere famoso nel tempo per la sua trasgressività: i locali aperti fino a tardi, il mitico caffè Roma, le prime paninoteche, il primo slancio in avanti di una metropoli che si conferma già dai tempi passati nella sua crescita e nel suo slancio cosmopolita.
Accanto al vecchio si aggiunge il nuovo. E del resto Brera è sempre stato questo: un connubio mutante ma sempre all’avanguardia. I cabaret ora sostituiti dai karaoke, i ristorantini ora quasi totalmente soppiantati dai baretti sushi.
Ma sempre sarà un centro di attrazione e una meta non trascurabile per coloro che, anche solo per un giorno, anche solo per una sfilata di moda, visitano la nostra città.
Brera come Accademia, ora in gran spolvero, per tanto tempo trascurata ma sempre famosa in tutto il Mondo, che ha sede in un palazzo di un’imponenza e di una bellezza austera come i tanti palazzi della vecchia Milano sanno essere. Attraggono con i loro cortili segreti ma intimoriscono con le loro linee architettoniche sobrie e solenni.
E’ bella la Brera pedonale, amo anche i suoi sampietrini che cozzano completamente con i miei stiletto tacco 12. E’ un momento di relax, quasi un’oasi nella città tutta affari e business che è la nostra Milano. Una città che a prima vista poco lascia al bello ma che in realtà attende solo di essere scoperta. E infatti include in sé un quartiere che ricorda le meraviglie di Montmartre, un quartiere ora in espansione, verso le linee futuristiche di Porta Nuova e verso l’attenzione al verde che sposta in città il Bosco Verticale secondo i moderni dettami di una paesaggistica attenta al verde e alle risorse della natura.
Brera, un sincretismo di tradizione e modernità, di santo e profano, con i suoi mille campanili e le insegne luminose. Un insieme di contraddizioni e di contrasti sono la sua anima più vera e affascinante e che la rendono un vero e proprio melting pot della nostra splendida Milano proiettata verso il futuro.

Gabriella Magnoni Dompé