Postcards

Bruxelles, la “capitale d’Europa” dal fascino tutto particolare

Carla Diamanti
2 giugno 2016

Postcard bruxelles bis

Lo riconosco, questo cielo grigio. Mi faceva un effetto strano, soprattutto d’estate. Mi aiutava a non avere voglia di partire, di andare in vacanza. E quindi a radicalizzarmi. Che strano usare questa espressione proprio ora, guardando Bruxelles dal finestrino del treno. Una città che ho amato e di cui conservo ricordi che scandiscono l’intero periodo in cui ci ho vissuto. Abitavo sull’avenue Louise, il viale che unisce il parco del Bois della Cambre al centro storico, oltre il palazzo del Tribunale. A due passi dai laghetti di Ixelles, dove andavo a passeggiare anche quando il freddo era pungente e l’acqua ghiacciata. I cigni ricomparivano in primavera, quando anche gli austeri ma incantevoli bow windows delle dimore affacciate sul verde si riempivano di macchie di colori, quelle dei fiori. Mi colpiva il contrasto fra il clima grigio, le facciate austere e i banchi di fiori al mercato, onnipresenti. Dai laghetti di Ixelles una strada portava verso il quartiere omonimo. Già tanti anni fa mi parlava di mondi lontani, di culture diverse, di volti e abitudini che mi incuriosivano. Mi piaceva passeggiare in quelle strade e mi piaceva godermi una città che aveva il pregio di racchiudere il mondo intero in uno spazio tutto sommato limitato. Mentre i tunnel sotterranei ne attraversavano il ventre permettendo agli automobilisti di passare da un’estremità all’altra in un tempo ragionevole, in superficie si beveva un aperitivo in un bar che avrebbe potuto essere a New York o sorseggiare un tè in un localino come quelli di Marrakech. Ovunque birra, cioccolato, gaufres calde e invitanti e soprattutto “moules frites”, che non sono cozze fritte ma cozze e patatine fritte, una specie di bandiera nazionale come lo sono fish&chips nel Regno Unito.

Bruxelles era la gara a scoprire le praline più buone, e io avevo assegnato la mia personale palma d’oro a un artigiano sull’avenue della Toison d’Or. Erano le passeggiate nel quartiere dei Sablons con il mercato del sabato mattina, frequentato dagli antiquari di mezza Europa a caccia di oggetti recuperati dai castelli e dalle dimore nobiliari. Attorno alla Chiesa, che a mezzogiorno faceva sentire le sue campane, sui banchi si trovavano porcellane e argenteria, libri, mobili, quadri e ricordi di una vita. Più giù, le stradine medievali si intrecciavano intorno al cuore della città. Si chiama Grand’Place e comincia con l’esclamazione di chiunque la veda per la prima volta. Arrivateci piano piano, prendete il tempo di ammirarne i dettagli, quelli evidenti ed apparenti, quelli che si devono cercare. Un’insegna scolpita, un guizzo di pietra. Uscite e poi ritornate, magari dopo la foto di rito al Manneken Pis, non distante. Uscite e tornate scegliendo il momento giusto, per esempio la sera dell’Ommegang, quando la piazza si trasforma nel palcoscenico di una sontuosa rievocazione storica. Un momento di colore e di rumore, la città sembra cambiare volto prima di tornare la Bruxelles di sempre. Sorniona, silenziosa, un po’ grigia. Affascinante.

 

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