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Letteratura

Caccia al tesoro sul lago di Como, nel bestseller nostrano di Andrea Vitali

staff
18 marzo 2012

Per Lidio Cerevelli la vita scorre tiepida e annoiata in quel di Bellano: orfano di padre, viene guidato con rigore e apprensione dalla madre Lirica, che, ferrea, gli nega ogni accesso al patrimonio di famiglia e all’impresa edilizia del defunto marito.
Ma – perché nei romanzi c’è sempre un “ma” -, in una calda notte dell’estete del 1930, Lidio scopre i profumi e i sapori della libertà, affogando nella fenomenale scollatura di Helga. Provocante e disinibita, la svizzerotta è appena giunta lì in vacanza, e ora è abbastanza ubriaca da volersi tuffare con lui nel lago, mentre le sue chiappe lo incantano “come due mezze lune”. Insomma, un’occasione da non fasi sfuggire. Dopo questo incontro bollente, la vita di Lidio non sarà più la stessa – e meno male! Riuscirà a sfuggire al perbenismo soffocante della madre? Lei, dal canto suo, vorrebbe spingerlo tra le braccia dell’Eufemia, così brutta da far venire la colite alla futura suocera, ma ricca e di buona famiglia. Del resto, moglie e buoi dei paesi tuoi.
Certamente contribuirà ad alimentare le sue speranze di libertà – ma anche e soprattutto i suoi impicci – il ritrovamento di un antico tesoro: trecentoventicinque monete d’oro zecchino murate in un antico edificio. La somma ideale per una vita di bagordi e stravizi, lontano, proprio in Svizzera, accanto alle procaci grazie di Helga.
Intorno a Lidio e al suo gruzzoletto, un viavai di personaggi e macchiette di paese, ognuno con la sua storia, ognuno con i propri maneggi. C’è il professor Ceretti, che tra un’operazione e l’altra ha conciato per le feste il povero Degiurati, dopo che l’ha beccato a letto con la bella e stupida Olghina. Poi c’è il Campesi, muratore fannullone che non può comprare una bicicletta al povero Marietto e che litiga di continuo con la moglie. Se solo sapesse che la sua Anita, con quelle caviglie sempre coperte, senza volerlo stuzzica le fantasie e i pantaloni del segretario della locale sezione del Partito, il sanguigno Beppe Canizza. E poi c’è la caserma: con il brigadiere sardo Mannu e il maresciallo Maccadò, che, ahimè, non può godersi la licenza ammirando le “tittate” del suo secondogenito. A disturbarlo, infatti, ci sono i garbugli del paese, le lamentele del carognone Os de Mort e l’arrivo del misterioso Nero, terribile agente dell’OVRA fascista.
Il medico bellanese Andrea Vitali, campione di bestseller nostrani – da “La figlia del podestà” a “Olive comprese”, da “Almeno il cappello” a “Zia Antonia sapeva di menta” – torna con l’ultimo atteso romanzo: “Galeotto fu il collier”. Uno spaccato di varia umanità, un labirinto di piccole vite che si intrecciano e si confondono tra le pagine, in una narrazione esilarante, dall’irresistibile sapore paesano e dialettale: tra giallo e commedia dell’arte. Quattrocento pagine da bere via, perché nonostante la mole scorrono fresche, spigliate, divertentissime, in una rete di echi e rimandi che tengono il lettore incollato fino all’ultima riga.

Virginia Grassi


“Galeotto fu il collier” di Andrea Vitali, Garzanti, pp. 396.


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