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Cambogia, dove i fiori di loto sbocciano all’alba

Carla Diamanti
5 gennaio 2017

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Appuntamento al lago poco dopo le 8 del mattino.

Lago o stagno. Non importa quanto sia grande. L’importante è che ci sia luce, e che il sole non sia ancora troppo alto, cioè troppo caldo. Anche in inverno, quando l’umidità lascia spazio al respiro, nelle ore più calde della giornata le temperature superano i 30°. Lago o stagno sono il luogo più bello da cui cominciare la giornata. Perché qui, alle prime luci del mattino, si schiudono le ninfee, trasformando gli specchi d’acqua in superfici punteggiate di rosso, bianco, rosa. Uno spettacolo per l’anima, a cui sembra che basti solo questo per cominciare una nuova giornata cambogiana.

Quando i fiori si aprono, i bambini corrono in acqua. Raccolgono i fiori più belli e li offrono ai turisti, estasiati, in cambio di un dollaro. I biglietti americani sono la moneta corrente di questo Paese che da poco ha ripreso a vivere ma dove il ritmo del tempo sembra confondersi. Lo fa nello sguardo della gente, sorridente nonostante il peso della vita trascorsa, lo fa con il costo delle piccole cose, che appare privo di ogni paragone comprensibile. Lo fa nel grigio della pietra, avvolta dal verde brillante della giungla. E lo fa nei racconti, che con dolore prendono forma con le parole dei superstiti. Lo fa soprattutto nella singolare sensazione di trovarsi in un luogo in cui non esistono anziani.

I bambini di oggi corrono con le mani colorate dai fiori. Quelli di ieri, invece, arrancavano nelle acque dolorose delle risaie in cui trascorrevano le loro giornate, forzati al lavoro e strappati alle loro vite e alle loro famiglie. Quelli che non ce l’hanno fatta, tantissimi, hanno privato la Cambogia di oggi di volti solcati dalle rughe.

  • Cambogia – Siem Peap – Angkor Vat – impero Khmer costruito dal re Suryavarman II nel 1150 dedicato a Visnu e dal 1500 sede dei monaci buddhisti Hinayana SCENOGRAFIA DA FILM

Sull’acqua si conficcano le palafitte dei villaggi galleggianti. Case colorate, fatte di stanze aperte su un braccio di fiume che porta al lago di Tonle Sap, a pochi chilometri da Angkor, la meta più amata dai turisti. Dalle barche, basse e lunghe, si strappano brandelli di intimità a chi vive sull’acqua. Fra abiti colorati stesi su un filo ad asciugare, capannelli di donne accovacciate a pulire il pesce che andrà al mercato, bambini – ancora loro –  che tornano a casa in piccoli gruppi su imbarcazioni minuscole, remando ancora vestiti con le divise della scuola. Fuori delle palafitte qualcuno si riposa sulle amache che fungono da letto, qualcun altro sistema le provviste mentre nelle casupole che fungono da botteghe si preparano gli attracchi per chi arriva dal fiume.

Pochi chilometri più in là, Siem Reap continua a cambiare aspetto, adeguandosi ai turisti, sempre più numerosi. Arrivano dalla Thailandia, in poche ore di strada, e sono soprattutto occidentali. Oppure dalla Cina, e sono tantissimi. Di giorno si aggirano fra i templi di Angkor a piedi o sui tuk tuk, il mezzo più agevole per visitare questo sito sterminato. Di sera si riversano fra le bancarelle del mercato artigianale del centro coloniale con il suo fascino unico. Vicino al ponte, una piccola orchestra di strada richiama i passanti. Davanti agli strumenti, un cesto con i cd dei brani da portare a casa. Dietro, cinque musicisti seduti a terra si esibiscono assortiti, forse pensando alle loro ferite di guerra. Sono sopravvissuti ai campi minati e hanno difficoltà a muoversi, perciò suonano fermi al lato della strada.

Oltre i bar popolari, la sera prosegue nei locali alla moda, dove la musica diventa lounge, gli arredi di classe e il cibo alla portata soltanto degli stranieri. Spuntano come funghi, accanto ai teatri tradizionali dove si riannodano i fili con il passato remoto e, finalmente, la danza khmer, brutalmente massacrata dagli anni più neri, torna a esprimersi come faceva nelle grandi corti. Le danzatrici celesti si riprendono la scena alla quale erano state strappate: anni di esercizio per imparare a muoversi al rallentatore con volti impassibili, ginocchia piegate, dita rivolte all’indietro in una gestualità che sfida la gravità. La Cambogia torna alla vita, portandosi dietro uno strascico che per molti anni rimarrà impigliato in tutti i gesti del presente.

 

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