Cécile Kyenge: il Ministro che può portarci verso un’Italia migliore

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13 agosto 2013

kyenge

Cécile Kyenge, nome all’anagrafe Kashetu, è il primo ministro nero italiano. Diciamo nero e non “di colore”, perché lei stessa ha sfatato questo mito del politically correct, insegnandoci quali sono le parole giuste da usare: “io non sono di colore, sono nera, lo ribadisco con fierezza”.

Nata in Congo, nella provincia del Katanga; la sua è una famiglia benestante, il che le permette di studiare. Vorrebbe fare medicina ma viene dirottata sulla facoltà di Farmacia nell’Università di Kinshasa. Nel 1983 riesce ad ottenere una borsa di studio che le permetterà di frequentare l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. Arriva in Italia piena di speranze ma per un anno dovrà vivere da clandestina: la borsa di studio infatti non arriva e Cécile è costretta a fare la badante per mantenersi. Una volta laureata si specializza in oculistica all’Università di Modena e Reggio Emilia e nel 1994 finalmente diventa italiana, sposandosi con Mimmo dal quale avrà due bambine, Maisha e Giulia.

Fiera e consapevole delle sue origini, nel 2002 decide di fondare l’associazione interculturale DAWA, che in swahili significa “medicina, stare bene”, per promuovere la sensibilizzazione, l’integrazione e la cooperazione tra l’Italia e l’Africa. Nel 2010, invece, diventa portavoce della rete Primo Marzo che si occupa dei diritti dei migranti.

Dalla sua nomina di ministro per l’Integrazione, la Kyenge ha fatto del problema migrazione e cittadinanza i capisaldi del suo mandato. In una delle sue prime interviste si dichiarò contraria ai Cie, i centri di identificazione e espulsione: “Quella dei Cie è un’emergenza che non dimentico e la risposta migliore deve venire con l’Europa. Non si possono però trattenere 18 mesi le persone che non hanno documenti o sono irregolari. Ci sono irregolarità e molte cose che vanno cambiate. In quei luoghi le persone sono come sospese, mentre le persone devono essere tutte uguali davanti alla legge. I diritti sono universali”. Proprio per questo sta cercando di cambiare l’attuale legge sull’immigrazione, la famosa Bossi-Fini, e di promuovere la cittadinanza attraverso lo ius-soli, tutelando così i figli dei migranti che nascono in Italia.

Il suo modo di vedere la politica e il colore della sua pelle hanno scatenato il peggio degli insulti e offese razziste, anche e soprattutto dalla classe politica leghista e di estrema destra. Calderoli l’ha paragonata ad un orango, mentre un ragazzo ha lanciato delle banane sul palco mentre lei era ospite di un dibattito. Kyenge, per tutta risposta, si è sempre comportata come una signora, ammettendo di essere ferita dal punto di vista umano ma di non lasciarsi intimorire da questi “casi estremi”.

“L’Italia – ha detto il ministro – non è un paese razzista, ha una tradizione di accoglienza e ospitalità. Si parla di razzismo perché non c’è molta conoscenza dell’altro, bisogna però abbattere i muri o aumentare le differenze. L’immigrazione è una ricchezza”.

Un aplomb non indifferente. Cécile Kyenge sembra decisa ad essere il ministro di un’Italia migliore e la domanda sorge spontanea: l’Italia è davvero pronta a tutto questo?

Ilaria Bortot