Cinema

C’era una volta in Messico

Giorgio Raulli
7 dicembre 2012

Quasi dieci anni fa usciva nelle sale “C’era una volta in Messico” (2003), quello che in molti considerano il capolavoro di Robert Rodriguez, il regista statunitense di origini messicane che ha trovato in Quentin Tarantino una sorta di “mentore pulp”. Questo film chiude la “Trilogia del Messico” iniziata con “El Mariachi, suonatore di chitarra” (1992) e “Desperado” (1995), un’opera cinematografica che si è meritata la coniazione di un nuovo genere per il modello narrativo seguito in tutte e tre le pellicole: “burrito-western”.

Ambientato in un Messico moderno ma al contempo surreale, il film riprende le vicende di El Mariachi (Antonio Banderas), un ex suonatore spinto dalle tragiche avventure vissute in passato ad assumere un ruolo da giustiziere; egli uscirà dal suo isolamento volontario quando un agente corrotto della C.I.A., Sands (Johnny Depp), lo ingaggerà per sventare un complotto ai danni del presidente messicano ordito dal crudele Armando Barrillo (Willem Dafoe).

La dimensione onirica e paradossale partorita da Rodriguez si percepisce immediatamente, fin dai dialoghi iniziali, come anche è chiaro che il protagonista principale è il Messico; solo un sentito legame con le proprie origini, infatti, poteva spingere il regista in questa realtà pittoresca e sconclusionata. Lo spessore dei personaggi e la bravura degli attori (Depp in primis, che ha improvvisato molti dei suoi dialoghi) contribuiscono non poco alla completezza di questo mondo “pseudo-western”, fatto di scene di grande tensione e violenza, ma anche di momenti di leggerezza tipici delle pellicole “pulp”. Sceneggiatura, montaggio, fotografia e persino la colonna sonora sono tutte frutto del lavoro del multi-talentuoso regista Rodriguez, che confeziona un film assolutamente in sintonia con i due episodi precedenti, ricco di divertimento e di spettacolarità.

Giorgio Raulli


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