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Cesare Maldini, capitano nel calcio e nella vita

Riccardo Signori
3 aprile 2016

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Se n’è andato all’alba di una domenica di calcio. Chissà mai stufo di vedere questo pallone da poveri amanti. Ave Cesare, il calcio ti saluta come merita una bandiera e una persona perbene. Dici Maldini e vuoi indicare e pensare a molto di più di quel che ha lasciato l’ex calciatore, l’ex allenatore, il cultore del pallone vissuto con amore. Dici Maldini e pensi alla meravigliosa famiglia che Cesare ha creato, uno stile, un modo di comportarsi e rapportarsi con gli altri, un modo di porgersi. Dici Cesare e pensi Paolo e tutti gli altri: moglie e la parte femminile della famiglia, i nipoti e la continuazione di una stirpe (calcistica).

Ecco dove sta la vera grandezza che ha fatto di Cesare Maldini una bandiera di questo calcio che si è ammorbato nel tempo: ha lasciato il segno. Maldini è un brand di successo calcistico e del modo di esistere nel calcio e nella vita.
Resterà immutabile, e mai scolorita, la fotografia che lo ritrae con la coppa dei Campioni fra le mani, nel mitico stadio di Wembley, anno 1963, primo calciatore italiano a stringere la famosa coppa. Gli occhi chiari e penetranti di Cesare sprizzavano gioia come quella di tutto il mondo suo che per anni, anzi decenni, è stato ammantato dei colori rossoneri.

È stato capitano e bandiera del Milan, triestino con la battuta pronta e il dialettismo decisivo a stemperare gli umori di paron Rocco, ultimo muraglione di una difesa che ogni tanto metteva in difficoltà con quelle svirgolate pedatorie che vennero definite “maldinate”. Elegante e bello nello stile, fisicamente forte, determinato nella testa, 84 anni vissuti con lo spirito di un indomito, poi trasformato in un vecchio ragazzo. A 17 anni conobbe Rocco alla Triestina, lo seguì e lo scortò a Milano: scudiero e uomo di fiducia, calciatore e amico, così come gli successe con Enzo Bearzot che accompagnò nell’avventura mondiale fin a trionfare in Spagna.

Cesare è stato un uomo identità per il Milan, nonostante la distanza degli ultimi anni, non certo desiderata da lui. È stato un uomo ombra per gli allenatori che ne apprezzavano lo spessore umano e le conoscenze calcistiche. Non a caso ha condotto l’under 21 azzurra negli anni dei grandi successi, ha guidato la nostra nazionale ai mondiali di Francia, uscendo sconfitto dai padroni di casa che poi vinceranno il torneo, è stato apprezzato nell’ultima esperienza con la nazionale del Paraguay. È stato in egual misura triestino e milanese, tanto che la città lo ricorderà, nei giorni di maggio, in occasione della finale di Champions League a San Siro.

Dicevano fosse un simbolo della marcatura a uomo e del gioco in contropiede. Invece era soltanto un buon conoscitore del gioco del pallone e degli uomini che vanno in campo. Sapeva interpretare il suo mondo, anche il modo di rapportarsi con i giornalisti, che non è da tutti. Per anni ha vissuto il suo mezzogiorno nel tavolo d’angolo di un noto ristorante milanese. Se volevi parlare con Cesare, sapevi dove trovarlo. Poi, quando Paolo si è fatto grande, mangiava qualcosa, chiacchierava e beveva un bicchiere attendendo il figliolo ammirato da tutti, al quale non ha mai regalato dispense di elogi. Fin quando Paolo non prese fra le mani, pure lui, quella coppa ridefinita Champions. Quel giorno Cesarone, il personaggio preferito da Teo Teocoli, gli scrisse un messaggio, come fosse la prima carezza di un padre severo e pretenzioso. Cesare fu padre e fratello per moltigiocatori, soprattutto per quelli che vinsero il mondiale ’82, fu l’uomo che tenne a bada i giornalisti da dietro le quinte. Quel che il vecio Bearzot non diceva, o non voleva far sapere da bocca sua, lui lasciava filtrare come fosse una strizzatina d’occhio.

Conoscere Cesare Maldini significava porsi davanti a un bel cesto di frutta fresca, piena di colori e sapori, certi che non ti avrebbe fatto mai male. Quel che leggerete o ascolterete di Cesare, come capita quando ci son questi addii, rispecchierà ogni spicchio della vita che ha dipinto. E quella sua leggera balbuzie, diventata un must nella caricature di Teo Teocoli, quei capelli tirati sempre da una parte, quel dito puntato che ogni tanto indicava il modo di arrabbiarsi, resteranno mai sfuocati come la foto di Wembley.

Maldini ha vestito tante volte la fascia di capitano, ma era un capitano che sapeva fare il Capitano: nel calcio e nella vita.


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