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Fotografia

Chiude lo Spazio Forma (Fondazione Forma per la Fotografia) a Milano

staff
23 ottobre 2013

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Lo Spazio Forma, casa milanese della fotografia italiana ed internazionale, a gennaio chiuderà le porte al pubblico dopo otto anni di attività.
Pare infatti che il Comune e la Regione di Milano non abbiano prestato la giusta attenzione verso un’istituzione i cui problemi, secondo l’Assessorato alla Cultura, sarebbero stati privati e quindi non di interesse pubblico. Tuttavia, attraverso le innumerevoli esposizioni (per citare alcuni autori: Avedon, Cartier-Bresson, Mapplethorpe, Capa…), Forma regalava alla città di Milano un appuntamento costante con la bellezza preziosa ed universale della fotografia che di “privato” aveva ben poco.

Lo stabile, situato in Piazza Tito Lucrezio Caro, adiacente al deposito ATM, faceva sì che la Fondazione fosse legata ad una zona storica della città. I passanti e il pubblico in visita venivano proiettati verso il ricordo della “vecchia Milano”, quella autentica, la cui vita sembrava essere scandita dal ritmo e dal suono dei tram di passaggio, e dove le cose più semplici erano anche le più preziose.

Cosa pensano i fotografi professionisti milanesi dell’accaduto?

Una preziosa testimonianza proviene da Luca Carrà, fotografo dal 1979. Carrà si occupa prevalentemente di fotografia d’architettura e di opere d’arte, lavorando per le più importanti riviste italiane e per famose case editrici in Italia e all’estero.
Parallelamente al lavoro commerciale, da sempre ritrae personalità del mondo dell’arte e della cultura. I suoi ritratti negli ultimi quattordici anni vengono regolarmente pubblicati dalla rivista “Juliet Art Magazine”.
Ha tenuto mostre presso la Galleria Dantesca di Torino, Galeria Tovar & Tovar di Bogotà, la Galleria Pegaso di Forte dei Marmi, la Galleria Derbylius di Milano, la libreria Feltrinelli di Milano, l’Università Cattolica ed il Lattuada Studio, sempre di Milano.

Il fotografo ha risposto ad alcune mie domande:

Lo Spazio Forma rappresentava un punto d’appoggio e d’incontro per molti giovani fotografi, professionisti e non; quali saranno secondo Lei le conseguenze legate alla perdita di questa importante istituzione?
Purtroppo in questi ultimi anni abbiamo assistito a diverse chiusure di spazi dedicati alla cultura in generale e non solo alla fotografia, basti pensare, tra le più recenti, alla chiusura della bellissima sede della Fondazione Pomodoro, a conferma di quanto le amministrazioni pubbliche facciano poco per aiutare le più interessanti iniziative private.
Forma in soli otto anni di attività era riuscita a creare un circuito di grande interesse soprattutto tra i giovani, non solo con mostre dei grandi maestri della fotografia, ma anche con esposizioni di quello che viene fatto nelle scuole, mostre di giovani promesse, workshop, dibattiti, conferenze ecc…
Ovviamente senza più una sede stabile tutto questo verrà a mancare e ancora una volta Milano rimarrà indietro.

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Raramente capita di vedere per le strade di Milano manifesti riguardanti mostre fotografiche. Pensa che le istituzioni comunali e regionali diano il giusto peso e spazio alla fotografia nella nostra città?
Sicuramente no, basti vedere il Museo di Fotografia Contemporanea a Villa Ghirlanda di Cinisello Balsamo, non tanto per l’ubicazione, ma sia per gli spazi che per la promozione, per comprendere quanto poco le istituzioni pubbliche facciano per la fotografia. E pensare che l’archivio dell’agenzia Grazia Neri (altra triste chiusura di questi ultimi anni), si trova in buona parte lì e che quindi anche questo pezzo importante della nostra storia giace nell’oblio.

Confrontando il nostro Paese con un contesto più ampio, che tipo di approccio hanno le altre metropoli europee nei riguardi della fotografia? Trova che quest’arte sia favorita dalle istituzioni politiche, accademiche e sociali all’estero?
L’Italia è sempre stata moltissimo indietro per quanto riguarda la fotografia rispetto alla realtà mondiale ed in particolare al resto d’Europa.
Anche se a Milano già negli anni ‘60 era stata aperta da Lanfranco Colombo la prima galleria in Europa dedicata esclusivamente alla fotografia, “Il Diaframma”, – e per questo dobbiamo dire che siamo stati dei precursori -, poi il privato, sia per interessi di mercato che per altre ragioni, non è riuscito a mantenere questo ruolo d’avanguardia. Del pubblico forse è meglio non parlare. Anche il fondo Lanfranco Colombo si trova a Villa Ghirlanda assieme a molti altri di fotografi milanesi, ma le sue possibilità di visione sono veramente sporadiche.
All’estero non so se le istituzioni politiche facciano molto di più ma sicuramente quelle accademiche e sociali sì.

Sono entrate le macchine, l’arte è uscita. Sono lontano dal pensare che la fotografia possa esserci utile.” Paul Gauguin pronunciava queste parole attualissime: quale crede sia la forza e l’utilità della fotografia nella società contemporanea? Perché bisognerebbe continuare a valorizzare quest’arte anziché escluderla dalla vita sociale, artistica e culturale della città come è accaduto con lo Spazio Forma?
Sinceramente, nonostante l’amore per il lavoro di Gauguin, non trovo le sue parole così attuali né profetiche. Basti pensare al ruolo che ha avuto la fotografia nell’arte del XX secolo sia come influenze indirette che hanno portato alla nuova visione delle avanguardie storiche come il futurismo, il cubismo, il raggismo ecc… che al più diretto utilizzo della tecnica fotografica nel lavoro artistico di questi ultimi anni.
Anche se ultimamente con l’avvento del digitale e la sua conseguente semplificazione dei processi l’utilizzo della fotografia da parte degli artisti è un po’ abusato, penso che le amministrazioni comunali, regionali, insomma pubbliche in genere dovrebbero fare molto di più per la fotografia e la cultura in generale.
La mia impressione, insomma, è che senza investimenti nella cultura, a partire dalla scuola, l’Italia rischi di precipitare in un baratro dal quale sarà molto faticoso uscire e Milano, con il ruolo che ha sempre rivestito, rischia di esserne l’esempio più eclatante.

Milano sta perdendo per strada pezzi di cultura, teatri, cinema, centri culturali e artistici, impoverendosi sempre più. Lascia brandelli di vita qua e là, spazi abbandonati e vuoti, sparsi per le vie, che sembrano aspettare il loro ritorno in scena. Così come stanno aspettando l’attore con la sua valigia, il musicista con il suo strumento, il pittore con le sue tele, lo scultore con la sua materia, il fotografo con il suo obiettivo.
Dobbiamo aprire gli occhi e proteggere ciò che abbiamo, perché altrimenti perderemo una città e una realtà fatta soprattutto di colori, luci, ombre, e FORME.

Intervista a cura di Rachele Martignoni


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