Cinema

Cinque volte “veloci e furiosi”

staff
13 maggio 2011


Dimenticate Miami e Tokio, dimenticate i tunnel nascosti al confine tra USA e Messico… gli eroi di “Fast & Furious” questa volta sono incastrati a Rio, costretti ad un ultimo lavoro per riottenere la libertà. Dovranno costruire una squadra composta dai migliori uomini per una colossale rapina; ovviamente mille sono gli ostacoli e i nemici da affrontare.
Un sequel quasi scontato, visto l’enorme successo che il quarto episodio ha ottenuto in un solo week-end negli Stati Uniti (con un incasso di 72,5 milioni di dollari, il film aveva battuto persino “Cars” della Disney). La formula è sempre quella: gesta acrobatiche e psicologie ovvie dei vari personaggi in scena; dai protagonisti Vin Diesel, Paul Walker e Jordana Brewster ai nuovi acquisti come Dwayne “The Rock” Johnson, il quale -come immaginerete benissimo- non parla molto lasciando piuttosto spazio a violenza, muscoli e testosterone. Insomma è alquanto difficile trovare una convincente prova d’attore che dimostri crescita del personaggio o spessore psicologico degni di nota.
In fondo è questa la forza di un film come “Fast & Furious 5”: azione che cresce di scena in scena, divertendo il pubblico tra adrenalina e le ambientazioni esotiche di Rio de Janeiro. É un blockbuster hollywoodiano in cui va sacrificata la credibilità, soprattutto nella scena finale, a beneficio delle tradizionali gare clandestine, di inseguimenti pazzeschi e del cameratismo imperante. L’originalità non è di casa per questa produzione, ma si sa che stereotipi di questo genere sono sempre vincenti: Dom Toretto (Vin Diesel) non è poi così diverso da Danny Ocean, il rapinatore e truffatore di professione nella serie nata da “Ocean’s Eleven” (già essa stessa un remake); e come lui organizza la rapina del secolo con tutti i compagni dei film precedenti.
La Universal Pictures sa bene che “Fast & Furious” è uno dei titoli che porta più soldi alle loro casse, perciò c’è già nell’aria l’odore di un sesto capitolo, forse dalla trama ancora più improbabile.

 

Giorgio Raulli


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