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Fashion

Colonial chic

staff
21 marzo 2012

Scenari inusitati e luoghi reconditi, emozioni irripetibili e sfide estreme. Nel rievocare le imprese degli esploratori d’Africa avvenute nell’Ottocento, secolo di fermenti e grandi scoperte, il pensiero si sofferma sul duro mestiere di quei protagonisti, sulla loro vita avventurosa condotta tra rischi, passione e missione. La figura dell’esploratore è sempre stata circondata da un alone di fascino e misteriosa attrattiva.

Anche se oggi ben sappiamo che la loro opera di fatto spianò la via alla conquista coloniale e alla successiva “Corsa all’Africa”, meglio nota in inglese come “Scramble for Africa” (traducibile con “Lo sgomitare per l’Africa ”). Insieme al proliferare delle rivendicazioni e sopraffazioni europee sui nativi e sul territorio ricco di risorse. Il tentativo del così detto “aiuto civilizzatore” spesso degenerò in uno scandaloso sfruttamento.

Vorrei però andare oltre le considerazioni moralistiche e  raccontarvi piuttosto qualcosa sulla tenute di eroi, avventurieri, appassionati di caccia grossa, viaggiatori d’antan… Lo stile coloniale è nato nel continente nero proprio quando, nel XIX secolo, variegati personaggi vi si insediavano a frotte: chi desideroso di aiutare gli indigeni, chi spinto da zelo accademico e voglia di conoscere, chi per arricchirsi con l’estrazione di diamanti, chi per fuggire dal proprio paese, magari da una condanna…per tutti si rendeva necessario un abbigliamento funzionale, adatto al clima del luogo e alle impreviste mansioni.

Ben presto si diffuse l’uso di una giacca di foggia comoda, lunghezza ai fianchi, collo a camicia, ampio sprone, corredata da tante tasche a soffietto e cintura in vita. Costruita in robusta tela di cotone, si portava con i calzoni cavallerizzi, i tipici  jodphours  britannici e l’immancabile copricapo a caschetto in foglie intrecciate. La pratica giacca-camicia venne battezzata “sahariana” dal deserto del Sahara che invade abbondantemente il territorio africano. Era la giubba  indossata per la caccia nella savana, spesso per fornire animali selvatici agli zoo occidentali; quindi non è casuale che si chiami pure safari jacket o bush jacket. Faceva parte anche della divisa degli ufficiali inglesi di guarnigione nelle varie colonie; fatto credibile dal momento che il suo tipico color kaki prende il nome dalla lingua hindi e significa “terra”. Infatti, pare sia stato un certo Harry Lumsden, comandante del reggimento inglese di stanza in India, ad avere avuto nel 1848 la geniale idea di tingere la giacca e i calzoni della sua uniforme bianca con una miscela di curry, caffè e succo di gelso. In effetti il nuovo colore giallo-marroncino risultò perfetto per camuffare le inevitabili macchie dovute all’onnipresente polvere.

La praticità e la comodità di questo capo d’abbigliamento lo portò, all’inizio del Novecento, a venire utilizzato anche da persone che non avevano niente a che fare né con l’Africa, né con i safari e nemmeno con la colonizzazione. A cominciare da Ray Brown, aviatore canadese passato alla storia per aver battuto Manfred von Richthofen, il Barone Rosso, eroe dell’aviazione tedesca. Tuttavia il suo testimonial più prestigioso fu di sicuro lo scrittore americano Ernest Hemingway, che si faceva confezionare da “Abercrombie & Fitch” – famoso negozio d’abbigliamento sportivo di NewYork – un modello di sahariana con un tasca in più per riporvi gli occhiali. Fra gli aficionado della giacca in tinta kaki, troviamo poi Fidel Castro, grande amico di Ernest, e anche il suo omonimo Che Guevara, amico di entrambi. Fu invece in un color nero-pece la sahariana in orbace accolta come divisa fascista da un’Italia tardivamente infervorata da zeli colonialisti. Molto più spensierato l’uso, all’inizio del secolo XX, della safary jacket indossata dai rampolli delle famiglie borghesi occidentali, in giro per il mondo in lunghissime vacanze culturali denominate Grand Tour.

Piano, piano l’esotica giacchetta entrerà anche nel guardaroba femminile. Nel 1953 usciva il film “ Mocambo”, con un cast d’eccezione formato da Ava Gardner, Grace Kelly e Clark Gable. Dopo aver visto sugli schermi le due attrici, vestite nello stile coloniale, ogni donna cercava di catturarne l’allure con tenute in sfumature naturali, accompagnate da alti stivaloni in cuoio. Il primo couturier a cogliere questa tendenza fu Yves Saint Laurent, il quale, oltre ad essere cosmopolita per vocazione, era nato in Algeria. Così nel 1968 sdoganò la sahariana sulla passerella che entrò a pieno titolo nel mondo della haute couture. Strizzatissima in vita, con il colletto spalancato sull’abbronzatura, rappresentava l’eleganza legata alla disinvolta donna moderna, sempre alla ricerca di nuovi orizzonti da esplorare.

Il tè nel deserto
Occorre parecchio tempo perché un capo di abbigliamento informale venga inserito nella cerchia dei classici, ma la sahariana è addirittura assunta ad archetipo vestimentario. Dopo aver attraversato un secolo e mezzo, continua anche in questa annunciata primavera ad elargire un quid avventuroso e vitale a chiunque la indossi in viaggio e in vacanza, come nel contesto urbano.

I segni che mette in gioco la safary jacket di Lardini sono disparati: la tradizione tutta italiana si mescola con l’informale scioltezza del vestir coloniale, il sapore nostalgico con il piglio contemporaneo, la maschia eleganza occidentale con l’esotica leggerezza. Puro lino nei classici toni kaki, ma anche in un verde inglese (naturalmente) sfumato verso l’interno, effetto ottenuto con “twice, una esclusiva tinteggiatura.

Ancora effetti speciali, anzi cinematografici, per la sahariana di Ermenegildo Zegna, forse rubati alle suggestive sequenze di “Il té nel deserto” o di “Lawrence d’Arabia”. Sembra che un torrido sole ne abbia stinto il color sabbia, nonché stropicciato e reso docile la trama di lino e cotone. Bottoni di corno e rifiniture in pelle, sono i dettagli di un piacevole gusto vintage.

Magia del deserto e voglia di evasione continuano ad esprimersi anche nell’esemplare stilato da Corneliani. Remake “quasi” fedele della sahariana d’epoca, è costruito in abaca, una nuova, fresca ed elastica fibra vegetale, nelle sfumature sabbiose mescolate ad un bianco abbagliante da miraggio. Invece che con i jodhpours si porta con bermuda arrotolati e sneakers scamosciate ai piedi.

Intanto, l’esemplare disegnato da Roberto Menichetti per Brema, pur conservando tutto il fascino iconico del modello originale, grazie a nuovi materiali flessibilissimi, si può ripiegare facilmente nella sua stessa tasca e infilare nello zaino: pronto da estrarre e indossare senza che risulti sgualcito. Oltre ai tipici toni grezzi, ci sono le varianti fluo, molto cool.

Sulla scia dell’anticonformismo ecco la packable safary jacket di Museum, dedicata ai tipi dinamici e positivi che vivono i viaggi, le vacanze e la città con grande naturalezza. Sportiva, ma anche urbana, è declinata in tinte militari e in materiali high tech, traspiranti e idrorepellenti. Le loro partner scelgono la stessa giacca packable in chiave decisamente femminile, in toni gioiosi come il rosso corallo, attraversato da coulisse a contrasto in giallo segnaletico. Vero must have di un’estate vagabonda, ma chic.

 

Marisa Gorza


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