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Leggere insieme

Come? Cosa?

Marina Petruzio
31 luglio 2016

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Come? Cosa? è l’ultimo albo di Fabian Negrin da Orecchio Acerbo, una metafora sulla difficoltà di essere piccoli in un mondo di adulti che hanno sempre una spiegazione altra, una motivazione diversa, una logica che invece di aiutare l’infanzia, nelle sue richieste e ricerche, l’affatica e a sera la ritrova stanca come se la giornata fosse stata un turbinio di situazioni ed emozioni contrastanti. Dove le richieste semplici dei bambini, quel poco che equivale alla felicità, diventano, con la logica di ogni adulto con il quale il bambino si rapporta quotidianamente, altro.

Così la testa ciondola affaticata da tanto pensare, dal trovare una soluzione per farsi sentire, ascoltare per quel che si è detto e non per quell’altro, che magari c’è, ma che non appartiene loro: lo sguardo si fa lucido e assente come di chi ha un po’ di febbre, quella che a volte viene, dicono le nonne, per aver giocato troppo all’aperto in una giornata di vento.

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Ecco, è il vento che meglio fra tutti, nella sua impossibilità di essere rappresentato, trasparente, impalpabile, rende l’idea di questa fatica. Trasparente ma impossibile da permeare, invisibile eppure così definito al suo passaggio. Che crea vortici che frullano pensieri e luoghi. Il vento che sferza e schiaffeggia, che sospinge e muta la forma delle cose, il significato delle parole.

Ed è così che sulla rappresentazione del vento, metafora di un mondo che non comprende un altro, nasce una favola.

Che sa di tutti profumi che porta il vento, dell’odore dell’aria, del salso, di piccole gocce d’onda tenute fuori dagli scuri serrati per difendere il dentro da acqua, sale…e dal vento.

In un luogo che rimanda subito al nord, in un tempo che è quello indefinito delle favole, sospeso in un’epoca che non c’è, tra velieri dalle vele raccolte, trattenute da robuste corde sapientemente annodate di chi sa che per mare un nodo non può essere un semplice nodo. Di moderne gonne lunghe che il vento invecchia, sollevandone gli orli, mostrando i candidi sottogonna. Di camiciole cucite a mano e pantaloni trattenuti in vita dalla stessa corda che trattiene le vele per mare, di quegli inserti ovali all’attaccatura delle maniche che per secoli hanno consentito di muover le braccia a dame e cavalieri, così come alle lavandaie, moderni giochi di cuciture per vivacizzare le forme. Di pirati in stivaloni di cuoio e pettorute giardiniere in gialli stivali di gomma.

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La favola è un viaggio nel vento fra i fraintendimenti spassosi di una lingua che si presta a giochi di parole, di incontri, luoghi e mestieri differenti, attraverso epoche che quello stesso vento burlone si diverte a mischiare altalenandole un po’ tra qui e là.

Un papà pescatore muove per mare in una giornata di forte vento. Una mamma moglie, scompigliata dal vento, chiede urlando che cosa vuole per cena.

Purè di patate. Il vento soffia. Come? Cosa? Due grandi frittate?

Così comincia il pellegrinaggio di un bambino, l’infanzia, alla ricerca di quel qualcosa di così mutevole da servire al padre la sera per cena.

Il vento muta le parole e così quel semplicissimo purè di patate divenuto due frittate, a seconda dei suoi stati d’animo, diventa delle palme impanate da cercare nelle Indie tra i raccoglitori di fiori di palma dagli alti turbanti, delle galline ammaestrate la cui giovane guardiana riporta a Delft, delle ciabatte slacciate del ciabattino di strada dal solo grembiule in pelle, o cinque rose slavate dove la tuta blu da lavoro della giardiniera, i bottoni in metallo che ne fissano le bretelle, gli stivali gialli e la canna dell’acqua,  proiettano in un oggi che solo delle bambole invecchiate e un vecchio giocattolaio sospingono di nuovo in giorni un po’ più lontani.

Dalle vele spiegate alle merle spaesate, del purè di patate non vi è più traccia: risucchiati in un gorgo di vento che scompiglia gli alberi di un viale e che turbina, quel bimbo senza più scarpe, calzetti e camiciola, laggiù in fondo al mare. Tutto vola e si scompone.

Si sbriciola la Tour Eiffel, il mare invade i ponti, il papà pescatore naviga sulla sua barchetta, la vela saldamente legata ormai strappata, il vento impazza rubando cappelli, trasportando ombrelloni, turbinando auto, semafori e cavalieri bardati da trofeo, un signore ancora seduto alla sua sedia continua a scrivere al computer mentre il vento, girandolo e rigirandolo, lo trasporta lontano.

Un mago dalle braccia alate come Merlino, funambolo, attraversa sulla sua corda tutto questo.

Come? Cosa? Il vento ulula. Ora basta, tutto esplode.

Il vento si placa in un campo di patate…Come? Cosa? Purè di patate.

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C’è stato vento in mare. Qui è stato calmo…

Il vento soffia, sbuffa, fischia, gonfia, infuria, scatena, muggisce, si scatena, ruggisce, urla, turbina, impazza, ulula, tutto esplode e poi si arresta, ma prima scompiglia i soffioni, mescola le epoche e gioca come un monello con le parole.

 

Come? Cosa?
di e illustrato da Fabian Negrin
Collana: Albi
Editore: Orecchio Acerbo
Euro: 16,00
Età di lettura: dai 5 anni


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