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Compromessi

staff
15 maggio 2011


Posso dire di avere imparato due cose nella vita. La prima è che i compromessi sono necessari, anche per un’idealista come me; capire di doverne accettare è segno di maturità. La seconda è che nell’accettare il compromesso, bisogna avere l’eleganza e la lungimiranza di sapere individuare, tra le molteplici tipologie, il migliore.
Oramai sono anni che desidero la Febbraio 1955, al secolo Chanel 2.55, ma mi sono rassegnata al fatto che, per ora, è e rimarrà solo un sogno. Devo essere sincera: ultimamente sono anche intristita dal vederne così tante portate al braccio di creature indegne; scioccante, per me che ero usa a invidiarle alle chiccosissime signore francesi settantenni che oltrepassavano il confine alla ricerca di alcool e sigarette.
Trovo questa borsa così bella, così versatile e così adatta al mio stile, che da un po’ di mesi ho iniziato a valutare la possibilità di prenderne una, tenetevi forte, non Chanel.
Purtroppo l’idealismo di cui parlavo sopra mi ha impedito di comportarmi come molte delle mie colleghe FB che pur di “apparire” portano al braccio le peggiori cineserie (per non parlare di quelle che se le affittano per fare un paio di outfit. Profondo sconforto). Alla ricerca della mia vera finta Chanel ho setacciato Parigi e ogni luogo in cui mi sono recata in questi mesi, ho chiesto a nonne e prozie, visitato tutti i negozi on line possibili ed immaginabili, di ogni parte del globo terraqueo per arrivare infine alle seguenti conclusioni: quasi tutte le imitazioni della Divina sono in poliuretano e sembrano dei sacchi dell’immondizia matelassé; quando l’imitazione viene realizzata in vera pelle i costi lievitano esponenzialmente; in qualche e-shop cinese o simile si trovano di “pelle” a prezzi abbordabili, ma suvvia, ok il compromesso, però a tutto c’è un limite.
Quindi ho raggiunto la fase della rassegnazione, confidando che la mia infinita pazienza mi avrebbe un giorno premiata, verso i cinquant’anni, compensandomi infine con la tanto agognata borsa.
Martedì, trovandomi a Genova, sono andata a curiosare in uno dei negozi vintage che preferisco, il Betty Page Boudoir. Bisogna aprire una parentesi: Genova è la città vintage per eccellenza, ma non perché abbia puntato su questo aspetto riempendosi, tipo Firenze, di bottegucce con la puzza sotto il naso, ma perché nei meandri dei suoi vicoli si possono trovare attività commerciali di ogni tipologia, che nelle altre città italiane devono essere sparite intorno al 1989 -cadute in disgrazia insieme al Muro- mentre in quella Sodoma continuano misteriosamente a prosperare. Una sorta di vintage non consapevole. Chiusa parentesi.
Betty Page è un luogo carino dove è possibile trovare chicche a prezzi onesti. Mi guardavo un po’ attorno, teoricamente cercando una giacchetta in bouclé, sempre tipo Chanel, quando all’improvviso eccola lì: la mia vera finta 2.55. L’ho analizzata attentamente: intonsa, senza una sbucciatura, un graffio, di un color navy elegante, con diversi scomparti all’interno e un ingegnoso sistema di chiusure, con la catena mobile proprio come lei, la Meravigliosa; e la pelle… la pelle morbida, gonfia, carnosa, come poche se ne vedono ai giorni nostri, addirittura fabriqué en Italie. Ciliegina sulla torta per me, magari blasfemia per altre, è che il matelassé è realizzato con una cucitura diversa dalla solita, le sue linee sono curve e gli regalano un segno di distinzione dall’originale che la astrae dall’ambito della semplice imitazione. Non potevo crederci: il perfetto compromesso si era compiuto. Grazie vintage.

Torquemood