Fotografia

Con Mandela e Biko all’epoca dell’Apartheid

Alberto Pelucco
10 luglio 2013

Eli Weinberg, Folla vicino alla Drill Hall all’apertura del Processo per Tradimento, Johannesburg, 19 Dicembre1956. Times Media Collection, Museum Africa, Johannesburg.

“Una politica di buon vicinato”. Così definiva l’Apartheid Hendrik Frensch Verwoerd, Primo Ministro del Sudafrica dal 1958 al 1966, che ne edificò la struttura pratica, tanto da guadagnarsi il soprannome di “architetto dell’apartheid”. E proprio alla politica di sviluppo separato delle comunità è dedicata la mostra “RISE AND FALL OF APARTHEID”, allestita al PAC di Milano.
Dall’olandese “apart”, “separato” e “heid”, “quartiere”, il termine apartheid fu usato in senso politico per la prima volta nel 1917 dal primo ministro sudafricano Jan Smuts, ma solo dal 1948 fu adottato quel sistema legislativo che avrebbe portato il Sudafrica dall’essere uno Stato coloniale a un Paese che combatteva per la democrazia e i diritti.

Eli Weinberg, Nelson Mandela ritratto mentre indossa perline tradizionali ed è avvolto in un lenzuolo. Qui si nascondeva dalla polizia durante il periodo trascorso come versione nera della ‘primula rossa’ 1961. Per gentile concessione di IDAFSA.

Ed è proprio la fotografia ad illustrare questo cambiamento storico-sociale, attraverso le opere di fotografi sudafricani, quali Eli Weinberg, Peter Magubane, Alf Khumalo, Jurgen Schadeberg, solo per citarne alcuni.
Un cambiamento da cui neanche la fotografia è rimasta insensibile, poiché da quel lontano 1948 la politica sudafricana di segregazione razziale ha modificato radicalmente le istituzioni e, per conseguenza, anche gli aspetti più mondani dell’esistenza, compreso il lavoro e il tempo libero.
Questo il motivo per cui oggi ci troviamo a contemplare un Nelson Mandela in abiti tradizionali. Lo sguardo concentrato e insieme malinconico tradisce la preoccupazione dovuta alla difficoltà del contesto di azione, ma rivela anche il suo carisma foriero di una determinazione senza pari, che l’ha portato a resistere a 27 anni di reclusione, pur di raggiungere i propri obiettivi.
Obiettivi che hanno richiesto un tributo di sangue notevole. Lo scatto di Magubane infatti ritrae un funerale di gruppo a Sharpeville, township tristemente famosa per il “Massacro” del 21 marzo 1960, quando durante una manifestazione, 69 dimostranti furono uccisi dalla polizia. Oggetto della protesta era l’Urban Areas Act, la “legge del lasciapassare”, che obbligava i cittadini sudafricani neri a esibire uno speciale permesso, se fossero stati fermati dalla polizia in un’area riservata ai bianchi.

Peter Magubane, Funerali a Sharpeville: nel cimitero c’erano più di 5.000 persone, Maggio 1960. Per gentile concessione del Baileys African History Archive.

Anche donne e bambini aderirono alla lotta anti-apartheid propugnata da Mandela, Chris Hani, Stephen Biko e altri leader, come risulta dall’immagine di Eli Weinberg, “Folla vicino alla Drill Hall all’apertura del Processo per Tradimento”, avvenuto a Johannesburg il 19 Dicembre 1956.
Immagini forti, drammatiche, per alcuni cruente, da cui però non si può prescindere se si vuole capire la storia. Non tanto per sapere cosa l’abbia originata, ma per fare in modo che pagine nere come queste non si ripetano in futuro.

Alberto Pelucco

“RISE AND FALL OF APARTHEID: Photography and the Bureaucracy of Everyday Life”
PAC Padiglione di Arte Contemporanea di Milano, Via Palestro 14, Milano.
9 luglio – 15 settembre 2013
Web: www.comune.milano.it
Tel. 02 884 46359/360
Orari:
martedì, mercoledì, venerdì, sabato e domenica 09.30 – 19.30

giovedì 09.30 – 22.30

Biglietti:
Intero € 8,00 


Ridotto € 6,50


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