Arte

Contro ogni sistema: l’arte dada

Luca Siniscalco
26 gennaio 2013

Non manca molto al 5 febbraio. In quel giorno, nell’anno 1916, venne inaugurato a Zurigo il Cabaret Voltaire, fondato dal regista teatrale Hugo Ball. Si tratta della data di nascita del dadaismo, o perlomeno di quella che i manuali indicano come tale. Gli artisti riunitisi per l’evento non avrebbero certo apprezzato una definizione così riduttiva e sistematica. Perchè dada sorse contro tutto e tutti, persino contro sé stesso e l’arte. “Un movimento artistico che neghi l’arte è un controsenso. Dada è questo controsenso.” scrisse in proposito il celebre storico dell’arte G.C. Argan. E l’ostilità nei confronti di ogni tentativo di sistematizzazione emerge chiaramente nelle parole di Tristan Tzara, esponente di spicco, secondo molti fondatore, del movimento: “Sono contro i sistemi; il più accettabile dei sistemi è quello di non averne per principio alcuno.”

Il radicale vitalismo, la critica nei confronti della tradizione, il rifiuto di ogni forma di conformismo, l’accettazione aperta e compiaciuta del divenire caotico e trasfigurante, il disprezzo verso schemi e categorie preconfezionate, la ricerca dell’assurdo e del contraddittorio, sino al parossismo: queste alcune delle peculiarità teoriche fondanti del movimento. Un’esperienza artistica radicalmente rivoluzionaria, tanto da condurre alla soglia liminale dell’estetica stessa. Un fenomeno sinteticamente, ma brillantemente, analizzato da Valerio Magrelli nel volume “Profilo del dada”, un testo prezioso per la comprensione della corrente artistica e del suo evolversi metamorfico e continuo, rifuggente da ogni ipostatizzazione.
Magrelli segue lo sviluppo del dadaismo attraverso due direttive analitiche principali: da un lato lo studio delle relazioni intellettuali e personali intercorse fra i membri del movimento, dal suo sorgere sino al suo tramontare nel surrealismo ed in esperienze creative autonome, rivelando dinamiche complesse, spesso conflittuali ma sovente propulsive; dall’altro lato l’indagine sulle componenti artistiche, filosofiche e culturali precipue del fenomeno dada.
Per quanto concerne il primo criterio interpretativo, l’autore ripercorre la breve ma intensa storia del movimento, analizzando le discussioni  sull’origine del nome stesso “dada”, “parola magica, autentico feticcio”, dotato di un potere attrattivo e calamitante immenso, tanto da trovare aderenti in tutta Europa e persino negli U.S.A., generando una “internazionale dada”. L’attenzione dell’autore si sposta poi sul gruppo parigino del movimento, il nucleo più attivo e polemico, segnato dai difficili rapporti fra Tzara, Picabia, Breton, Duchamp, Aragon e molti altri. Magrelli mostra infine la profondità dell’influenza del dadaismo nei confronti delle esperienze artistiche successive, in particolare di quante, come i ready-made e i reciprocal ready-made, tendono a contestare criticamente la natura dell’arte e la sua identità, portando alla presenza la privazione stessa, e manifestando a livello artistico una fase drammatica della storia occidentale, segnata dalla pervasività del nichilismo e da un disincanto incapacitante.
Alle radici dell’arte contemporanea vi è dunque la “bomba dada”, tanto che non è scorretto affermare con George Steiner: “sembra ormai probabile che tutta la corrente modernista, fino al giorno d’oggi, alla minimal art e allo happening, ai freaks e alla musica aleatoria, costituisca una semplice nota a piè di pagina, spesso mediocre e di seconda mano, al dada.”
Magrelli giunge così a delineare le suggestioni cardinali del dadaismo: il legame con il vitalismo nietzscheano, l’assunzione del caso come principio compositivo, il nesso con la fotografia e il cinema, la frammentazione del linguaggio, persino il tentativo, insolubilmente contraddittorio, di superare la dimensione propriamente estetica, allo scopo di suscitare la liberazione di “un unico elemento immutabile: la soggettività individuale, la spontaneità, ossia l’insieme delle forze primarie dell’uomo al di fuori di ogni costruzione.”

Luca Siniscalco

“Profilo del dada”, di Valerio Magrelli, Laterza, 2006, 170 pp.


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