Arte

Daily Golgotha: le croci della modernità

Luca Siniscalco
10 agosto 2013

DSCGolgota

Il simbolismo arcaico e affascinante della croce non cessa di sconvolgere l’Occidente secolarizzato e postmoderno. L’intrinseco valore “inattuale” di un simbolo che affonda le proprie radici nell’immaginario collettivo trova nell’arte piena manifestazione. In questo senso è preziosa la mostra “Daily Golgotha”, ospitata presso il Museo di Palazzo Pretorio di Peccioli. Prima manifestazione del ciclo espositivo “Crossing Art”, dedicato appunto al tema della “Croce”, la mostra espone le coinvolgenti opere dell’artista Renato Meneghetti in una suggestiva esposizione curata da Francesco Buranelli, con la regia di Alberto Bartalini e promossa dalla Fondazione Peccioliper.

DSC_7402

L’esposizione, aperta al pubblico sino al 3 novembre, si dipana attraverso 30 opere di un artista internazionalmente noto per la sua ricerca estetica peculiare, condotta in una innovatova sinergia fra le più avanzate tecnologie della comunicazione e della riproduzione virtuale di immagini e il riferimento a tematiche tradizionali. Prezioso per il suo valore introduttivo il commento di Buranelli: “La Croce è il simbolo più diffuso in tutto il mondo sin da tempi remoti, poi divenuto – dopo la morte di Gesù – identitario della Cristianità. Nel ‘900 molti artisti hanno “laicizzato” il simbolo della Croce trasformandolo in un segno potente che ha interpretato la sofferenza di un secolo così tormentato: Meneghetti si inserisce perfettamente in questa linea presentando tre serie di opere che in evoluzione cronologica ed emotiva ci offrono la sua visione del mondo.

DSC_7362

Il cupo pessimismo del Nulla vita ex hoc pane, lo strazio del Golgota quotidiano si sciolgono nel tenero bacio del Beato Papa Giovanni Paolo II all’umanità tutta, riassunta nel morbido profilo di Kiss to Camilla. Un percorso artistico e meditativo che pur nel segno doloroso della Croce, anzi dell’essenza stessa della Croce, ci infonde un desiderio di speranza e di superamento di ciò che ci tormenta”.
La mostra assurge a richiamo eminente della consapevolezza spesso dimenticata del valore spirituale ed esistenziale della sofferenza. All’interno di una modernità che alla lotta ed all’oblio del dolore dedica sforzi inauditi l’esposizione acquisisce un valore terapeutico e catartico, rammentando tramite suggestioni artistiche la sapienza degli antichi: il dolore è intrinseco alla vita ed alla sua struttura dinamica, all’uomo spetta farsene carico con dignità in una dimensione creativa di senso.

DSC_7305

L’intera opera di Meneghetti va in questa direzione. Un pessimismo realista la pervade rifuggendo tanto da ottimismi fallaci e utopisti quanto da eccessi cinici ed autodistruttivi. L’artista ricorda agli spettatori, nel senso etimologico del verbo, che indica un “portare nuovamente al cuore”, la loro condizione: “La mia opera, metafora della miserrima condizione umana: né terrena né celeste, sospesa in un limbo, senza inizio né fine” scrisse Meneghetti nel 2003.
Nelle creazioni dell’artista si scopre una tensione dilacerante, che mai si abbandona tuttavia alla disperazione. “Più che per ragioni estetiche o morali io dipingo, per esistere, per scoprire la vita nel mistero. Ciò che è l’inconoscibile, ciò che la scienza non può ridurre, studiare e ripetere si offre a noi nella forma autentica e originaria come la ragione suprema per vivere o morire, come il culmine della lotta eterna tra il visibile nascosto e l’invisibile apparente” affermò Meneghetti nel 1999.
In questo richiamo alla funzione eminente dell’arte si coglie un nodo essenziale che Meneghetti, il quale ha partecipato ad alcune delle più importanti manifestazione artistiche del mondo, quali la Biennale di Venezia (1983 – 2003 – 2011) o Art Basel, pare comprendere ed esprimere con efficacia.

Luca Siniscalco


Potrebbe interessarti anche