Letteratura

D’amore e di sangue nel Marocco di Abdellah Taïa

staff
4 marzo 2012

Marocco, giugno del 1987. Omar ha 14 anni, vive con il padre nei quartieri più disgraziati di Salè. Con dedizione si prende cura di un genitore distrutto, senza forze, senza dignità, sprofondato nella vergogna dopo che la madre li ha abbandonati, alla ricerca di una vita libera. Omar è povero, il suo futuro è fragile, incerto.
Khalid – sua controparte in un mondo profondamente diviso tra bianco e nero – è ricco quanto affascinante, un principino altezzoso ed egoista, simbolo di un Marocco altro e distante. A dispetto delle apparenze li lega un’amicizia intensa, bambina e insieme adulta, fatta di gare di corsa con la cartella, discussioni filosofiche, scoperta dei propri corpi, sogni condivisi.
Ma questo idillio è destinato a finire. Ad essere scelto per la visita ufficiale del re, infatti, sarà ovviamente Khalid; Omar cade così in un baratro fatto di solitudine, vergogna, invidia. L’onore del bacio sulla mano del re, vanto e gloria per ogni suddito marocchino, diventa una serpe subdola, che si insinua tra le pieghe dei sentimenti più nobili e sinceri, finendo col distruggerli fatalmente: si trasformano in una rivalità spietata, quasi viscerale, destinata a concludersi in un tragico epilogo.
Dopo il successo di “Uscirò da questo mondo e dal tuo amore” e “L’esercito della salvezza”, la promessa della letteratura marocchina Abdellah Taïa torna ad affrontare i temi scottanti della contemporaneità. In “Ho sognato il re” l’autore concentra la propria riflessione sul problema dell’identità; in primis quella sessuale – un filo rosso nella sua produzione, che tra le polemiche lo ha reso uno dei portavoce della comunità omosessuale araba – , ma soprattutto quella sociale, con la quale l’amore tra i protagonisti è costretta inesorabilmente a confrontarsi: “eravamo sempre fratelli noi due, più che mai, ma questo non avrebbe impedito che prima o poi la guerra fosse dichiarata e combattuta alla morte”.
Sullo sfondo, gli “anni di piombo” della dittatura e della repressione politica di Hassan II, uno tra i periodi più bui e contrastati della storia del Paese.
Una scrittura incisiva, a tratti lirica nella sua essenzialità, sempre venata di un erotismo delicato, in controluce, che riesce a giocare sul filo dell’immaginazione e del sogno, pur affrontando le contraddizioni estremamente concrete del reale.

 
Virginia Grassi


“Ho sognato il re” di Abdellah Taïa, ISBN edizioni, traduzione di Stefano Valenti, pp. 144.


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