Advertisement
Arte

Degas, fra tradizione e ballerine

staff
3 novembre 2012

“Amava il corpo umano come un’armonia materiale, come una bella architettura con in più il movimento.” (Charles Baudelaire a proposito di Degas)

Tale acuta analisi è ideale per una valida introduzione alla poetica di un artista teso a mostrare nelle sue opere una dimensione energica, vitale e metamorfica di una esistenza quotidiana troppo spesso relegata nel dimenticatoio. É difatti la diveniente e proteiforme processualità della vita comune ad essere protagonista dei lavori di Degas, profondamente innovativo nell’affermare: “Mi chiamano “il pittore delle ballerine”. Non comprendono che la danza è stata per me un pretesto per dipingere dei bei tessuti e rendere dei movimenti.”
Un’estetica, dunque, apparentemente segnata da un’ispirazione dionisiaca, aperta alla narrazione dell’esperienza nei suoi più aspri e caotici particolari. Un’arte, tuttavia, parallelamente inscritta in un lucido disegno apollineo, diretto a governare rigidamente l’oggetto materiale dell’opera, tanto da indurre Degas a sentenziare: “nessuna arte è mai stata meno spontanea della mia; essa è il frutto della riflessione e dello studio sui grandi maestri.” A tal proposito appaiono calzanti le riflessioni sviluppate nell’ormai lontano 1885 da O. Mirbeau, secondo cui “Distintiva del talento così vigoroso, sovente astratto (…) di Degas, è la logica inesorabile del suo disegno e della sua tavolozza; (…) non rende aggraziata alcuna linea, (…) al contrario lascia che si sprigioni la pura essenza di ciascuna forma. (…) Ha applicato alla contemporaneità (…) il procedimento di semplificazione, assolutamente sintetico, dei maestri della scuola senese.”
Si rivela così un’arte autentica nel suo incessante dialogo fra tradizione e modernità, tra l’affermazione di una tradizione non statica e conservatrice, bensì vitale e processuale, e le istanze del proprio tempo.
Un Degas assertore radicale dell’idea per cui “Rivoluzionari? Niente affatto. Noi siamo la tradizione!” e del caustico aforisma diretto a stabilire la necessità di una fucilazione degli impressionisti (avanguardia a cui peraltro il pittore è strettamente legato) fa il paio con un attento lettore del naturalismo di Edmond Duranty e delle tesi di Charles Darwin. Il nudo, amato in quanto pilastro della propria formazione artistica, si colloca così fra i canoni classici tradizionali e le esigenze teoriche della fisiognomica di Lavater, con intuizioni quasi lombrosiane. Spogliando sulle sue tele le donne, Degas intende indagare i particolari delle sue contemporanee, delineate magistralmente nelle vestigia delle celeberrime ballerine.
Un Degas “traghettatore dell’eredità del passato verso la modernità”, per impiegare le parole di Xavier Rey, conservatore presso il Musèe d’Orsay, è quello che emerge dalla mostra torinese “Edgar Degas. Capolavori del Musèe d’Orsay.”, aperta al pubblico presso la Palazzina Promotrice di Belle Arti sino al 27 gennaio 2013.
L’esposizione, la più importante che l’Italia abbia dedicato a Edgar Degas negli ultimi decenni, frutto della collaborazione fra il gruppo Skira, autore del catalogo, il Musèe d’Orsay, a cui si devono le opere e il curatore Xavier Rey, ha il merito di mostrare con chiarezza l’ampio percorso artistico dell’autore, dalle opere giovanili ai ritratti, dalle scene di vita quotidiana alla ricerca tematica sui cavalli, le ballerine e i nudi.
L’ “Autoritratto” del 1855, “La famiglia Belelli” (1858-69), la “Piccola danzatrice di quattordici anni”(scultura in bronzo del 1921-31) sono solo alcune delle opere più affascinanti inserite nell’efficace allestimento architettonico.
“Amò molto il disegno”: così Degas volle fosse scritto sulla sua tomba. Ecco un’occasione esclusiva per confrontarsi con esso.

Luca Siniscalco


Potrebbe interessarti anche