Interviste

Dentro a San Vittore: intervista esclusiva con il direttore del carcere Gloria Manzelli

Luca Micheletto
12 marzo 2014

gloria_manzelli

Entrare in un carcere trasmette una strana sensazione, specie se i cancelli che ti appresti a varcare sono quelli di una casa circondariale davanti alla quale passi ogni giorno da quando sei nato.

E così, quando ho suonato il campanello di piazza Filangeri e sono entrato a San Vittore, ho provato un leggero brivido sulla schiena, che il sorriso e l’energia di Gloria Manzelli mi hanno prontamente fatto dimenticare.
Il Direttore, a cui manca un po’ il mare della sua Rimini pur apprezzando la sensibilità delle Istituzioni milanesi, è una donna di grande forza che non smette di preoccuparsi della vita delle migliaia di persone che ogni giorno vivono e lavorano a San Vittore.

1 – Lei è la prima donna direttrice di San Vittore in 125 anni di storia dell’istituto: in che cosa la sensibilità femminile può aiutare questo lavoro?
La natura femminile a mio parere può essere un fattore molto positivo: per una visione di insieme innanzitutto, poi per la propensione naturale delle donne alla gestione di rapporti umani e sociali.

2 – È da nove anni che lei è direttore: cosa è cambiato dal suo arrivo?
A questa domanda sarebbe interessante far rispondere altre persone: chi vede dall’esterno il mio operato. Quello che spero è di aver insegnato l’attenzione ai dettagli, alle piccole sfumature che fanno la differenza.

3 – Il problema del sovraffollamento delle carceri è molto sentito in Italia…
Attualmente in San Vittore abbiamo 1500 detenuti, di cui il 62% costituito da immigrati, un dato caratterizzante di praticamente tutte le grandi aree metropolitane; ma dovremmo poter scendere con il trasferimento di 450 di loro in altre realtà della regione. Il problema è il continuo numero di ingressi che registriamo in qualità di Casa Circondariale, cioè in cui sono detenute le persone in attesa di giudizio e quelle condannate a pene inferiori ai cinque anni (o con un residuo di pena inferiore ai cinque anni). Problema che è poi aggravato dai tre reparti che sono stati chiusi.

4 – Ultimamente si parla di indulto e amnistia: cosa pensa di questa ipotesi?
Ritengo che sia un provvedimento necessario nella misura in cui si tratta di contenere  nell’immediato un problema di vasta portata come il sovraffollamento delle carceri.  Gli ultimi dati pubblicati dal Dipartimento parlano di 43 mila posti a fronte di 65 mila detenuti, per un totale di 20 mila detenuti in più. Del resto, però, trovo che sia assolutamente necessario anche un serio momento di riflessione per studiare interventi anche di più ampio respiro. Parlo per esempio di provvedimenti di depenalizzazione che prevedano il carcere solo per le fattispecie di reati più rilevanti. Un esempio che voglio fare è quello dei reati minori legati alla tossicodipendenza: sono quelli che affollano le carceri determinando una situazione deleteria, soprattutto per i detenuti, quando invece le soluzioni da mettere in pratica dovrebbero essere di tipo medico e psicologico, con la creazione di nuove comunità di recupero.

gloria_manzelli_2

5 -Non crede che siano proprio questi cosiddetti piccoli reati a rendere meno sicure le città? Cosa succederebbe se fossero depenalizzati o beneficiati dall’indulto?
Certamente il cittadino comune teme più lo scippo e i topi d’appartamento, ma appunto per questo i percorsi di educazione alla legalità e al rispetto del bene comune dovrebbero essere costruiti al di fuori delle carceri. Ad esempio nelle scuole, nelle comunità o nelle zone più disagiate e a rischio delle città. Quando una persona arriva in carcere la comunità ha fallito: lo stato sociale, il salvagente del vivere civile non ha funzionato. Il carcere è l’ultimo anello di una catena e per questo bisogna lavorare maggiormente sulla prevenzione.
Io non posso credere che un diciottenne – ne abbiamo tantissimi – che arriva qui, sia una persona dedita al crimine. Ma i ragazzi non trovano un impiego e i pensionati non riescono ad arrivare a fine mese con la pensione. Ed è un decisivo campanello d’allarme il fatto che negli ultimi anni i piccoli furti, ad esempio al supermercato, sono aumentati sostanzialmente. Anche per quanto riguarda le dipendenze le cifre sono sconfortanti, e non parlo solo di droghe. La ludopatia è un problema di cui si parla poco e l’alcolismo anche in fasce d’età molto giovani è sempre più diffuso. Questo poi è un disagio difficilissimo da stanare, in quanto non ha o comunque ha meno riprovazione sociale, nonostante sia molto trasversale.

6 – Quali strutture mediche si possono trovare all’interno di San Vittore?
Noi siamo da sempre sede di un centro clinico. Il reparto si compone di due piani dedicati alla medicina generale e alla cardiologia. C’è poi il  Centro Osservazione Neuropsichiatrica, in cui abbiamo dedicato uno spazio al cosiddetto Centro Diurno dove confluiscono i detenuti con problemi psichiatrici che vengono impegnati su attività laboratoriali: l’assistenza farmacologica viene così accompagnata da un’attività di gruppo.

7- Nonostante sia un carcere di passaggio, ci sono dei percorsi riabilitativi per i detenuti, dunque…
Certamente. In entrata e in uscita gestiamo più di 12 mila persone l’anno. I percorsi riabilitativi, volti ad un coinvolgimento del detenuto, sono di tipo didattico, culturale, formativo, professionalizzante, ma anche sportivo e laboratoriale. Il periodo di permanenza medio dei detenuti in San Vittore, proprio perché siamo un carcere circondariale, è stimato tra i 150 e i 170 giorni: per questo i moduli di apprendimento sono tarati in base a questi numeri. Ogni reparto, inoltre, ha una propria fisionomia e organizzazione in base al target dei detenuti.

8- Quali corsi vengono organizzati?
Abbiamo, ad esempio, corsi di alfabetizzazione, corsi di scuola secondaria inferiore – l’anno scorso sono stati in 800 ad ottenere la licenza media –, corsi di barman e di catering al termine del quale si ottiene un attestato di frequenza. C’è poi l’impiego sartoriale per le detenute donne oppure il progetto di legatoria, che sta avendo molto successo. Da un anno e mezzo viene portato avanti da un’associazione buddhista che organizza laboratori per la creazione di piccoli manufatti che poi vengono venduti – anche con l’aiuto dei detenuti in permesso – nei mercatini rionali: tutte le cooperative che lavorano all’interno del carcere hanno bisogno di ricevere commesse, quindi è un grande traguardo la commercializzazione di questi prodotti.

9 – È una notizia interessante, non se n’è parlato molto…
Ci tengo poi a precisare che bisogna sgomberare il campo da ogni possibile equivoco circa la qualità dei prodotti realizzati in carcere nei nostri laboratori: il lavoro non ha affatto natura assistenziale, ma è invece affrontato con tutti i crismi della tutela dei lavoratori e della concorrenzialità rispetto alle imprese esterne. E di conseguenza anche i prezzi sono regolati in base alle leggi di mercato. I lavoratori hanno contratti collettivi di categoria, hanno diritto alle ferie, al riposo settimanale, all’assistenza sanitaria, agli assegni familiari… insomma, a tutto ciò che è proprio di un lavoro normale.  La differenza fondamentale è la location dell’attività.

10 – Si parla oramai da anni del trasferimento si San Vittore: in un momento di spending review come questo e di cessione del patrimonio pubblico il valore di questo spazio sarebbe immenso…
Il carcere è un servizio pubblico  e come tale deve avere la dignità del servizio pubblico. C’è chi si scandalizza per la nostra posizione in centro a Milano, ma quello che è la disfunzione è il numero dei detenuti, non l’ubicazione. Voler spostare San Vittore è un po’ come voler nascondere la polvere sotto il tappeto.
Un’altra cosa che vorrei far notare in proposito è che proprio la posizione centrale del carcere favorisce un’importante rete di collegamenti verso l’esterno:  non solo l’accesso ai volontari e agli operatori sociali, o la vicinanza al Tribunale,  ma anche le visite da parte dei familiari – un aspetto, questo, da non sottovalutare.

Intervista a cura di Luca Micheletto


Potrebbe interessarti anche