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Diario di una pugliese DOC

staff
7 giugno 2012

Noi ragazzi del sud passiamo sette mesi all’anno, da Ottobre ad Aprile a lamentarci d’essere nati in Puglia per via di disorganizzazione, malasanitá e disoccupazione e passiamo i restanti cinque a bearci della meravigliosa terra nella quale viviamo. Caldo, sole, mare e paesaggi incantevoli riempiono tutta la nostra regione, da nord a sud e da buoni terroni, si approfitta della pause lavoro e studio per fare un salto al mare e dimenticare per un paio d’ore i problemi che ci affliggono. Io vivo in un paesino in provincia di Bari e raggiungere la spiaggia mi costa veramente poca fatica! Quando iniziano queste favolose giornate che fanno dimenticare a noi giovani come mai non troviamo lavoro, come mai non abbiamo la possibilità di auto-mantenerci, quindi sposarci…quindi eccetera, eccetera…stare a casa diventa impossibile e immediatamente si è presi dalle voglie più incredibili pur di uscire. Io, presa dalla necessità di andare a controllare per le vie delle campagne del mio paesino se le margherite fossero ancora gialle e bianche, qualche pomeriggio fa ebbi la felice idea di riesumare un oggetto per me misterioso: la bicicletta. La mia Atala blu fiammante. L’ho sempre avuta tra i piedi perché era in giardino assieme a quella di mia cugina e, ormai visto che sono passati troppi anni dall’ultima volta in cui le abbiamo usate, nessuna di tutte e due ricorda precisamente perché la sua sia stata ferma a casa mia per almeno otto/nove anni. Fatto sta che in questi giorni, spinta all’attività dal mio iper attivo zio, ho deciso che fosse il caso di sistemare quella che aveva assunto le sembianze di un rudere.
A Milano fa chic andare in giro con una bici magari vintage, magari con cestino, magari celeste Tiffany. Qui al sud il motto é: basta che funzioni!
Non avendo ovviamente mai fatto sistemare un tale veicolo di locomozione, mi sono chiesta dove e come i miei problemi sarebbero stati risolti: la soluzione è stata “il biciclettaio”, termine che in italiano non esiste e che io ho coniato per l’occasione per indicare l’uomo con baffi addetto al riparo delle biciclette, nel mio paese. C’è solo lui, non ha concorrenza. Non ha rivali fondamentalmente perché, come accade per questi lavori manuali, nessuno sa fare il suo mestiere. La sede dove avvengono i miracoli è una piccola stanza nel centro storico, piena di una serie di oggetti di cui io non conosco la funzione. La mia fervida immaginazione aveva creato nella mente l’immagine dell’ “aggiusta-biciclette”: un uomo basso, con la pancia e le manine magiche, vecchio e simpatico, padrone del dialetto più che dell’italiano. Invece me ne sono trovata difronte uno alto e magro, con la camicia a quadri, i jeans con il risvolto e un paio di mocassini scuri con dentro, chicca delle chicche, i calzini bianchi in bella mostra! Nulla di più folcloristico. Un personaggio che prima o poi nella vita tutti dovrebbero conoscere. Me lo aspettavo un nonnetto gentile e invece mi sono trovata un uomo meno vecchio di quanto immaginassi ma decisamente più burbero e avaro in chiacchiere e sorrisi. Gli ho presentato la mia Atala come “un caso disperato”, ed effettivamente lo era. Lui nel riconsegnarmela, mi ha confessato di essersi impegnato solo perché la bicicletta “valeva”. È stato serio e veloce. Come poteva immaginare di avere difronte una che lo guardava come fosse un essere venuto da un altro mondo? Lui ci ha guadagnato una trentina di euro, io un quasi-nuovo mezzo di locomozione. Fatto sta che in casa ho stupito tutti: il mio anziano papà, vedendomi maneggiare l’Atala, stamattina ha esclamato: “Hiiii….e che te ne devi fare?”.

St.efania