Fuori cornice

Didascalie di Alberto Garutti al PAC

staff
1 gennaio 2013

Se qualcuno si avvicina piano, vi osserva, vi ascolta, pensa a ciò che dite, considera la risposta più appropriata da darvi, come lo giudicate?
Alberto Garutti è così. Si accosta senza il protagonismo di certi artisti, ascolta, studia, progetta e poi risponde, dando vita a opere che dialogano con l’ambiente che le accoglie, con il contesto sociale, con il singolo spettatore.
La retrospettiva che il PAC di Milano gli dedica presenta una selezione di opere che ripercorrono più di trenta anni di carriera dell’artista e che mostrano una grande varietà nei linguaggi utilizzati, dal disegno all’installazione, dalla pittura al video, passando per la scrittura e la fotografia.
Il percorso espositivo non rispetta una successione cronologica, ma procede per associazioni che sono libere, immediate e personali. La narrazione è così un unicum e la mostra diviene essa stessa un’opera dell’artista.
La didascalia, elemento fondante del lavoro di Garutti (e termine non a caso utilizzato quale titolo della retrospettiva), è considerata come un dispositivo attivatore dell’opera, come un grimaldello che permette di accedere alla sensibilità dello spettatore.
Il lavoro di Garutti è una riflessione senza soluzione di continuità su ciò che lo circonda fisicamente: luoghi astratti, come l’orizzonte, gli spazi pieni e quelli vuoti, ma anche i più definiti come i musei, gli aeroporti, le case, gli ospedali, le stanze con i mobili, le persone che abitano in quelle stanze, persino gli specchi che riflettono tali spazi.

Vi siete mai chiesti “Cosa succede nelle stanze quando gli uomini se ne vanno?”
Non occorre immaginare scenari da film di fantascienza con oggetti che si animano all’uscita del padrone di casa; più semplicemente secondo Garutti gli oggetti hanno vissuto l’esperienza di vivere l’uno accanto all’altro, hanno sentito il bip delle segreterie telefoniche, il rumore dell’ascensore che sale, l’arrivo del buio, il calore del sole attraverso una finestra, le ombre che essi stessi proiettano nelle diverse ore del giorno, il ronzio di una mosca, il posarsi silenzioso e implacabile della polvere. L’artista ogni volta sembra narrarci una storia.

Negli anni Garutti ha realizzato molte opere pubbliche permanenti che sono state in grado di dialogare col cittadino negli ambiti più diversi – l’ultima opera è quella nella Piazza disegnata dall’architetto Cesar Pelli insieme al paesaggista Land a Porta Nuova, a Milano.
Ho avuto la fortuna di una speciale visita alla mostra con Alberto Garutti in veste di “guida” e così, come l’ho appreso dalle sue parole, vi restituisco il racconto di come è nata l’idea per il lavoro dal titolo “Dedicato alle ragazze e ai ragazzi che in questa sala hanno ballato”.
Nel 2000 a un gruppo di artisti viene chiesto di ideare alcune opere da collocare nelle stanze del Palazzo Doria Panphilij di Valmontone (Roma), edificio che durante la Seconda Guerra Mondiale aveva dato rifugio a quattrocento abitanti del paese rimasti senza casa in seguito ai bombardamenti.
Come succede in questi casi, si organizzano incontri e sopraluoghi con le autorità locali e i committenti; così il drappello di artisti assoldati viene accompagnato per una visita al castello e per l’assegnazione delle rispettive sale.
Garutti però racconta che a un certo punto il gruppo formato dai notabili del paese, l’Assessore, il sindaco e dagli altri esponenti del Comune di Valmontone, si distrae, quasi avesse dimenticato la presenza degli artisti e lo scopo stesso della visita.
Li sente parlare tra loro, talvolta anche animatamente, li vede indicare una rientranza nel muro e ricordare che proprio lì stava il letto di Mario e che in un angolo tra due finestre era solita sedersi Cesarina.
Garutti comprende che la sua opera non può prescindere dalla memoria dello spazio che la ospiterà e da quella di coloro che in quelle stanze hanno vissuto per dieci lunghi anni. Predispone così un sistema di sensori che capta il passaggio del visitatore all’interno del Palazzo e che di rimando attiva altoparlanti posti all’esterno, direttamente affacciati sul paese; diffondono canzonette del dopoguerra, quella stessa musica che i ragazzi di allora ballavano nei giorni di festa nella sala del Principe, una musica che porta con sé l’inevitabile ricordo di quegli anni agli uomini di oggi.

Il consiglio: la scenografica distesa di fogli colorati con tutte le didascalie delle opere realizzate da Garutti è dedicata allo spettatore. Scegliete quella che più vi piace, potete staccarla e portarla via.

Alberto Garutti – Didascalia  
PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano
Via Palestro, 14
Fino al 3 Febbraio 2013

Cristina Romanenghi

Da piccola sfogliava i libri d’arte del padre, da grande è riuscita nel difficile esercizio di far coincidere passione e professione diventando socia di una storica galleria milanese.