Musica

Die Winterreise o dell’umanità ferita

Eva Marti
9 aprile 2013

Era il 1817 quando il baritono austriaco Johann Michael Vogl conobbe Franz Schubert, allora ventenne e ancora pressoché sconosciuto. Dopo quasi duecento anni quest’incontro è ancora da benedire, in quanto fu la scintilla che fece esplodere una volta per tutte il talento schubertiano per la liederistica, quel particolare genere musicale che vede protagonisti assoluti il cantante e il pianista. Se già nel 1814, a soli diciassette anni, Schubert aveva scritto capolavori quali “Gretchen am Spinnrade” e “Erlkoenig”, musicando le somme parole di Goethe, fu dopo l’incontro con Vogl che nacque la maggior parte dei seicento lieder schubertiani. Nella miriade di lieder singoli spiccano due corposi cicli su testi di Wilhelm Mueller, che possono dirsi l’equivalente del moderno concept album: un certo numero di canzoni che si susseguono tracciando le vicende sentimentali dei protagonisti, impersonati dal cantante. Le storie che Schubert sceglie hanno sempre e comunque una fortissima componente psicologica  e introspettiva, valorizzate in modo incredibilmente sapiente dalla musica.

È parere comune che l’opera di Schubert più rappresentativa in questo genere – nonché la più lunga –  sia “Die Winterreise”, ciclo composto nel 1927 su ventiquattro testi di Mueller. La storia, estremamente semplice, narra le vicende interiori di un giovane, straziato nel profondo dell’animo dopo essere stato abbandonato dalla donna amata. Il protagonista incarna alla perfezione la figura del Wanderer, l’errante, colui che in preda a una delusione d’amore si imbarca in un viaggio destinato a non avere meta, di riflesso a una vita che ha perso ogni senso.

Brano dopo brano si assiste a una vera e propria immersione nella psicologia del protagonista, di cui sono messi a nudo con incredibile sensibilità gli stati d’animo più sottili. Si va dalla nostalgica tenerezza di Gute Nacht e Der Lindenbaum al malcelato furore di Gefrorne Traenen alla cupezza di Einsamkeit alla fragilità allucinata di Der Leiermann, il brano conclusivo.

Protagonisti di un’ottima versione dell’opera sono stati venerdì scorso al Teatro alla Scala di Milano Matthias Goerne, baritono, e Eric Schneider, pianista. Goerne, uno dei maggiori interpreti di liederistica di questi anni, aiutato da un timbro di voce incredibilmente morbido e avvolgente, ha dato una notevole prova di sé, tenendo la scena per tutta la durata del ciclo con grande maestria e muovendosi agilmente in molte delle sfumature vocali richieste. Il pianista Schneider è stato a ragione applaudito con entusiasmo, grazie a un’attenzione assoluta per i dettagli della scrittura schubertiana e a una simbiosi con il cantante almeno apparentemente perfetta.

Perché quindi nel 2013 un lavoro come Die Winterreise riesce ad essere ancora così incredibilmente attuale? La mia opinione è che il soggetto chiamato in causa è l’uomo, quell’uomo che nei secoli continua a soffrire e a gioire per immutati motivi e che è smosso interiormente da moti che possiamo facilmente riconoscere come universali. Questa musica, insieme e ben più del testo, è capace di dare luce a tale eternità, di arrivare con ineffabile esattezza lì dove ognuno di noi serba i nodi emotivi più stretti e, infine, di scioglierli; basta lasciarla fare.

Eva Marti


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