Cinema

Django scatenato

Giorgio Raulli
25 gennaio 2013

Nel Sud degli Stati Uniti del 1858 il dentista tedesco King Schultz (Christoph Waltz) si guadagna da vivere come cacciatore di taglie; decide di liberare lo schiavo Django (Jamie Foxx) perché si dimostra l’unico in grado di riconoscere i ricercati che gli varranno un’importante ricompensa. Django, ormai uomo libero, accetta di affiancare Schultz nel suo lavoro, mentre il dottore gli promette di aiutarlo a ritrovare la moglie Broomhilda (Kerry Washington), venduta come schiava al perfido Calvin Candie (Leonardo Di Caprio), aiutato dal furbo e spietato servitore Stephen (Samuel L. Jackson).

Dopo quasi trenta pellicole (anche se solo una è un sequel ufficiale del film di Sergio Corbucci del 1966 con Franco Nero), il cowboy vendicatore torna a vivere sul grande schermo in un modo tutto innovativo e moderno grazie al re del pulp Quentin Tarantino. Il suo amore per lo “spaghetti-western” si sente fin dai primi secondi del film: a cominciare dal vecchio logo degli anni ’50 della Columbia Pictures e dalla costruzione grafica e stilistica dei titoli di testa, si riconoscono la bella fotografia di Robert Richardson e le musiche di Ennio Morricone, questa volta originali.

Ma “Django Unchained” è più di un western citazionista e nostalgico: Tarantino si serve del suo talento nel costruire una trama ed una sceneggiatura fresche e originali, preferendo gli scontri dialettici ai classici duelli ripresi in Piano Americano. Il tema della schiavitù in tutta la sua crudeltà e irrazionalità ci porta su piani semantici abbastanza nuovi per Tarantino, che di fatti non rinuncia all’ironia e alla parodia per esorcizzare alcuni comportamenti umani deplorevoli. In questo caso violenza e sangue appaiono scelte non gratuite, bensì necessarie a suscitare l’emotività del pubblico.

I bravissimi Di Caprio, Waltz, Jackson e Fox si rendono veicoli eccezionali per i molti messaggi di questo film: il personaggio francofilo (ma che non sa il francese) di Calvin Candie fotografa una certa ignoranza aggressiva della cultura bianca statunitense, che si contrappone alla cultura europea aperta e illuminata del tedesco Schultz; Stephen invece rifiuta le proprie radici per convenienza, facendoci dimenticare la simpatica e servizievole Mami di “Via col vento”, mentre il protagonista Django incarna una fase evolutiva non solo storica, ma anche umana, di una presa di coscienza delle proprie capacità. Un nuovo successo per Tarantino, che gli vale cinque nomination agli Oscar 2013.

Giorgio Raulli


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