Musica

“Dongiovannismo” in Cattolica: un bellissimo incontro con il Maestro Barenboim

staff
28 novembre 2011


L’evento è stato curato dai professori Paola Fandella ed Enrico Girardi e promosso in collaborazione con il Teatro alla Scala di Milano.

 

È contente di essere il direttore musicale della Scala? Sappiamo che l’ambiente italiano è difficile, spesso pieno di esaltazione, lei è pronto?
B: Questa esaltazione non esiste in Italia solo alla Scala.. questa qualità è molto italiana e viene prima di tutto dal vostro entusiasmo straordinario che a volte vi fa perdere il senso delle cose. Tante volte viene fuori l’esagerazione, ma io preferisco l’esagerazione alla mancanza di espressività.

 

Essendo lei attualmente il direttore musicale dell’Opera di Stato di Berlino, i tedeschi non sono un po’ gelosi che lei sia qui?
B: Francamente penso di no. Sono lì da tanti anni, il pubblico a Berlino vede questo come un grande progetto.

 
Ci racconta la sua storia d’amore con il Don Giovanni?
Don Giovanni credo sia stata la prima opera che ho visto a Buenos Aires, dove sono nato. Non mi ricordo bene se fu la prima, i miei genitori essendo pianisti erano molto più vicini alla musica da camera. Quando l’ho diretta per la prima volta – ed era la prima opera che dirigevo – la conoscevo già a memoria. Ma io non volevo dirigere l’opera, diciamo che ci sono arrivato. A 10 anni ho avuto la fortuna di incontrare D. Fischer; sono andato in Svizzera con lui e ho sentito i concerti che dirigeva. Ero sbalordito. Io gli dissi: “E’ questo che voglio fare” e lui mi disse: “Se vuoi fare questo devi imparare a farlo, altrimenti l’orchestra è senza direttore”. Il vantaggio di cominciare in teatro è che si imparano tutti i problemi logistici; in Germania c’è un sistema di repertorio in cui si suonano anche 50 opere a stagione. Si fanno pochissime prove e il direttore sviluppa un sistema di meccanismo di difesa. Tanti di questi maestri d’opera hanno una grande esperienza e conoscono meno sottigliezze. Io conoscevo i meccanismi sottili ma non sapevo i problemi logistici.
Vorrei raccontare una storia divertente. Nel 1973 dovevo dirigere il mio primo Don Giovanni, il direttore del festival di Edimburgo mi chiese con chi volessi fare l’opera. Io non ne avevo idea ma mi piaceva Peter Ustinov. Così andammo a Ginevra, organizzammo un pranzo con Ustinov per parlare dell’opera. Mentre mangiavamo lui scriveva e prendeva appunti. Io ero affascinato, ero un suo grande ammiratore. Alla fine del pranzo non aveva preso appunti, aveva disegnato tutti i costumi, che poi sono rimasti quelli dello spettacolo! Lui era un genio, ha saputo capire tutta la parte giocosa del Don Giovanni e io mi sono divertito da morire.

 

È vero che a volte questa parte buffa del Don Giovanni si perde?
B: Questo succede perché molti scrittori e poeti hanno scritto su Don Giovanni, che è diventato un mito. Si parla di “dongiovannismo”, un termine che non c’è nelle altre opere buffe. Forse è questo fatto che lo ha reso serio. Io penso che Mozart, venendo dall’Austria, lo vedeva davvero come dramma giocoso. Mozart ha trovato nel Don Giovanni una cosa importante: quando c’è una situazione generale buffa c’è sempre una situazione individuale tragica. Ad esempio “Madamina” è un pezzo buffo ma nel frattempo Donna Elvira soffre a vedere quello che faceva Don Giovanni. Donna Elvira è un personaggio molto tragico.

 

Nella tradizione dell’opera buffa fa effetto una statua che parla, vero?
B: Sì! Ma il bello del Don Giovanni è che prima della statua che parla, elemento soprannaturale, è tutto realistico. Secondo me ci deve essere un taglio molto chiaro tra tutta l’opera e la scena del cimitero in cui la statua del Commendatore parla. È un po’ come il Tristano, anche lì si ha la stessa difficoltà.

 

Tanti registi decidono che il fatto che Don Giovanni muoia sia tutto uno scherzo, lei cosa pensa?
B: Lei sta indagando su cosa faremo alla Scala! E io non glielo dico! Secondo me ci sono molti modi per raccontare la storia, in maniera fantasiosa, in maniera metafisica, ma bisogna sempre raccontare la storia. Nessun regista, anche geniale, ha il diritto di mettere in scena il suo “subtesto”. Deve mettere in scena prima di tutto la storia; questo non vuol dire fare il Don Giovanni senza elettricità perché all’epoca di Mozart c’erano solo le candele.. Comunque se una statua è capace di parlare è possibile anche per Don Giovanni tornare dopo la morte.

 

Forse Donna Anna non è poi così vittima, lei cosa crede?
B: Questo lo posso dire. Lei è d’accordo anzi si diverte, non c’è una violazione. La sottigliezza del suo recitativo, intramezzato da qualche battuta di Don Ottavio, ci fa capire che non dice la verità. Ci sono anche le sottigliezze dei cambi armonici di Mozart che dimostrano che non è una storia “liscia”. All’inizio nessuno ci dice come comincia tra Don Giovanni e Anna, lei parla di tormenti.

 

Ci sono opere in cui ogni indicazione dell’autore va rispettata, altre in cui si è più liberi. Come va letta la partitura mozartiana?
B: Secondo me musica e testo vanno insieme, per ogni insinuazione la musica ha sempre qualcosa che dà la chiave. Ho lavorato con registi che cercano di trovare la chiave solo nel testo, e non funzionava.

 

Vanno bene le prove, il cast è contento?
B: Il cast sì ma il direttore no! Non è vero, è un cast eccezionale.

 

Don Giovanni è un’opera in cui direttori, registi, cantanti, non danno il meglio di sé. Saprebbe dire perché?
B: È un’opera molto difficile perché c’è questa permanente combinazione dell’elemento umoristico e di quello tragico. Direi che Mozart è così geniale perché non tollera l’esagerazione. Pensate a Mahler, Beethoven, hanno scritto opere che tolleravano l’esagerazione. Per Mozart l’esagerazione va conto il discorso semplice.

 

Maestro, non vorremmo rubarle troppo tempo, c’è qualcosa che non le ho chiesto?
B: Sì non mi ha chiesto se ho fame, e la risposta è sì!

 

Il Maestro è stato applaudito in maniera molto sentita e ammirata da parte di tutto il pubblico presente, che in questa speciale occasione ha coinvolto moltissimi giovani. L’incontro ha visto consolidare quel rapporto, ormai attivo da ben quattro anni, tra Daniel Barenboim, il Teatro alla Scala e il Corso di Laurea in Economia e Gestione dei Beni Culturali e dello Spettacolo dell’Università Cattolica in un impegno di integrazione culturale ed educativa che contribuisce a far scoprire ai ragazzi i più profondi valori della ricchezza dell’animo umano. È per questo che, nel corso dell’evento, per il quarto anno consecutivo, sarà conferita una borsa di studio annuale per i musicisti della West-Eastern Divan Orchestra per i quali i fondatori, il maestro Barenboim e lo scrittore Edward Said, hanno intrapreso un percorso di educazione alla pace nell’elevazione della musica classica.

 

Marcella Di Garbo

 

L’opera mozartiana, che inaugurerà il 7 dicembre la stagione scaligera, sarà diretta dal maestro Daniel Barenboim con la regia di Robert Carsen e vedrà come interpreti Peter Mattei (Don Giovanni), Kwangchul Youn (Commendatore), Anna Netrebko (Donna Anna), Giuseppe Filianoti (Don Ottavio), Barbara Frittoli (Donna Elvira), Bryn Terfel (Leporello), Anna Prohaska (Zerlina) e Stefan Kocan (Masetto).


Potrebbe interessarti anche