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Biennale di Venezia 2011 Cinema

Dopo una domenica di fuoco ci rinfrescano le spie inglesi

Giorgio Merlino
5 settembre 2011


Versione cinematografica dell’omonimo best seller di John Le Carré, “Tinker, Taylor, Soldier, Spy” sbarca oggi al Lido Casinò.
1973, Guerra Fredda. La missione dell’agente speciale Jim Predaux (Mark Strong) in Ungheria fallisce miseramente; è un duro colpo per i servizi segreti inglesi, meglio conosciuti come M16, nome in codice Circus. Il capo dell’intelligence noto come Controllo (John Hurt) è obbligato a dimettersi al fianco del fidato e brillante luogotenente George Smiley (Gary Oldman).
Ben presto Smiley viene però richiamato in segreto e riceve la missione di scovare una fantomatica “talpa” nelle sfere alte del SIS.
Dopo un primo momento di stallo i sospetti si restringono intorno a cinque individui conosciuti nell’ambiente con il proprio nome in codice, Tinker, Taylor (Colin Firth), Soldier, Spy e lo stesso addetto all’investigazione. La soluzione finale è lontana (il film dura 127 minuti) e per nulla semplice.
Lo scrittore di romanzi John Le Carrè è senza dubbio il più qualificato per descrivere il mondo dello spionaggio, grazie alla sua diretta esperienza sul campo; membro dell’M15 e M16, ha prestato servizio come agente infiltrato durante la Guerra Fredda.
L’autore desiderava che particolari aspetti fosse mantenuti nella trasposizione al film e non ha avuto alcun timore di farne nota; il regista Tomas Alfredson, inizialmente intimorito dal progetto, ritiene oggi di aver pienamente soddisfatto le richieste.
Punto decisivo nel corso del progetto si è rivelata la rappresentazione di un articolato soggetto come Smiley. Benché lo scrittore abbia da sempre dichiarato che gli scenari di spionaggio da lui narrati non derivino da nessuna personale esperienza, il suo primo e più apprezzato personaggio viene da lui descritto nei minimi particolari; un uomo duro, distaccato ma che non fa della forza della o violenza la propria virtù, poiché non ne ha alcun bisogno. Gary Oldman è stata la soluzione al problema, un attore capace di comunicare molto senza dover sempre agire e che lo stesso regista presenta come l’uomo più raffinato della sua generazione.
Rimanendo sempre in tema attori, quando in un film si cita il Regno Unito, ècco che spunta il nome di Colin Firth. In un cast quasi interamente britannico, Colin è una ormai una certezza e benché le sue scene si riducano a qualche minuto, è stato in grado di fare la differenza; la sua eleganza regale (che ha già dato grandi frutti ne “Il discorso del re”) è sempre ben accetta.
Le riprese si sono svolte a Londra ma per dare autenticità al racconto gli attori si sono spinti fino a Budabest e Istanbul; con una nota di merito ai scenografi, il risultato finale non passa inosservato.
Unica pecca da segnalare è la lentezza degli sviluppi. In un film che tratta di spionaggio non c’è da rimanere stupiti che il ritmo sia al rallentatore ma si spera sempre con moderazione, in questo caso forse il regista non era d’accordo.
Dopo la prima al pubblico, che si terrà stasera in Sala Grande, il regista, i produttori e l’intero cast sono attesi ad un Party organizzato da Vanity Fair. Non vi preoccupate, anche Luuk Magazine ha ricevuto l’invito.

 

Giorgio Merlino


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