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Due tappe fuori dal comune nel turistico Rajasthan

Carla Diamanti
11 agosto 2017

Millequattrocentoquarantaquattro. Sono le colonne che trovo all’interno del tempio giainista di Ranakpur. Cioè di quello principale, un vero spettacolo. Lo trovo lungo la strada che corre fra Udaipur e Jodhpur. O per meglio dire che le collega. “Correre” è un eufemismo in India, seppure tutti guidino in maniera estremamente disinvolta. Qui non si corre perché le strade sono ingombre di uomini e animali, sature di auto o di carretti, piene di polvere e di gente in moto perpetuo. Dunque lungo la strada che unisce Udaipur e Jodhpur c’è questa località celebre per i suoi templi diversi da quelli che si incontrano in ogni altro centro e frequentati dai seguaci di Jina, il “vittorioso”. Prima di mezzogiorno i templi sono riservati ai fedeli. Noi che aspettiamo sotto le fronde del grande albero di fronte all’ingresso, li vediamo uscire dopo le preghiere, vestiti solamente con un largo pantalone drappeggiato attorno ai fianchi e una stola di cotone. È l’unico abito che è consentito loro di indossare per entrare nel tempio a pregare. Dentro mi perdo fra la selva di colonne, quasi una foresta di pietra scolpita con bassorilievi, figure, motivi geometrici. Scale che portano verso aperture sull’esterno, altari che si alternano a spazi per la preghiera. Turisti che camminano a bocca aperta e con lo sguardo rivolto all’insù. Un luogo magico.

La macchina si ferma di nuovo per farmi scendere e regalarmi un’altra sorpresa. Questa volta sono sola, nessuna traccia di stranieri oltre ai tanti visitatori locali. Scopro di essere un pretesto, la sosta in realtà è a beneficio di chi guida perché il singolare tempio eretto attorno a una motocicletta è una tappa obbligata per ogni autista che attraversi questa zona. Anche il mio non è da meno. Scende, mi fa cenno di seguirlo e poi, oltre l’albero e i buoi decorati con fili colorati di giallo e di rosso, mi abbandona per compiere il giro tradizionale attorno alla teca. Dentro, la motocicletta appartenuta Om Bana è ormai entrata nello sterminato pantheon induista. Dopo l’incidente in cui il proprietario perse la vita, la motocicletta rimossa misteriosamente tornò da sola, di notte, nel luogo in cui Om Bana morì. Così si guadagnò la fama di oggetto sacro, anzi di divinità, e perciò da allora è salutata in segno di omaggio da chiunque guidi un mezzo a motore e si trovi a passare nei dintorni di Chotila.

 


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