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Cinema

E la chiamano estate

Giorgio Raulli
23 novembre 2012

Alla sua terza regia, Paolo Franchi questa volta prende un granchio: la storia che ci racconta è quella di Dino (Jean-Marc Barr) e Anna (Isabella Ferrari), marito e moglie che si amano ancora, ma il cui amore è solamente platonico, casto, privo di ogni componente sessuale. In realtà Dino si incontra con prostitute e frequenta locali per scambisti, dando sfogo ai suoi più bassi istinti, mentre Anna fa buon viso a cattivo gioco per salvare il loro rapporto. La difficoltà del protagonista nel trovare il piacere fisico con la moglie lo porta addirittura a ricercare gli ex di lei, curioso di conoscere il rapporto che avevano con Anna, ma anche esasperato a tal punto da invitarli a sostituirlo a letto accanto alla donna.

Un film che sulla carta fa di tutto per essere un’opera d’autore, dal valido cast alle trame drammatiche; ma, tradotto sullo schermo, il risultato è tutt’altro. “E la chiamano estate” si propone come una di quelle pellicole del cinema d’introspezione, del cinema che indaga le debolezze e le follie umane, quel cinema che cerca anche di scioccare per far riflettere… La poesia nelle intenzioni dell’autore però manca: le scene di sesso che vorrebbero scandalizzare, risultano solo come una nota stonata, e certamente incapace di aiutare la visione lenta e un po’ noiosa.

Il film è girato tutto in Puglia (in particolare a Bari) con il contributo di Apulia Film Commission ed è valso al regista Paolo Franchi il premio come miglior regista e a Isabella Ferrari quello come migliore attrice al Festival Internazionale del Film di Roma 2012; due riconoscimenti meritati se guardiamo al talento dei due artisti, ma del tutto insensati se li colleghiamo a questo lavoro.

Giorgio Raulli


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