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E se gli Hunger Games esistessero veramente?

Marco Pupeschi
20 dicembre 2013

No, non sono qui per parlarvi di gare mortali tra i giovani partecipanti di un reality. Né della bellissima Jennifer Lawrence che incanta tutti tra fiamme, fuoco e frecce.

Mi riferisco più che altro a migliaia di persone che, davanti agli schermi, seguono col cuore in gola una competizione serratissima, tifando e pregando, dando sfogo ai loro umori, alle loro frustrazioni, a sogni ed ideali. E mentre per le autorità “il gioco” significa soffocare ogni anelito di libertà, nella realtà dei fatti viene dimostrato esattamente il contrario.
I film, di Gary Ross prima, di Francis Lawrence poi,  hanno fatto centro: “The Hunger Games” non vi ricorda qualcosa?
Durante il torneo di Calcio della Confederations Cup, lo scorso giugno in Brasile, il mondo ha assistito alla rivolta di migliaia di persone in nome di una società più giusta.

Ma il Calcio non è sempre stato bollato come “il vero oppio dei popoli” o il gioco decadente di una società senza ideali? Certi moralisti per condannarlo non citavano sprezzanti il motto latino “Panem et Circenses”?

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Irrita vederlo liquidato così: troppo semplice.
Accettare il motto latino implica chiedersi in cosa consista il fascino di uno svago che assume la stessa importanza del pane: nell’antica Roma “Panem et Circenses” non era altro che l’espressione del desiderio di una vita paradisiaca, fatta di pance piene e spettacoli – gladiatori, fiere, battaglie navali, ma anche sport e rappresentazioni teatrali.

Da sempre l’uomo ha cercato di soddisfare i bisogni materiali senza affanni. Mentre il gioco è un’attività veramente libera: senza scopo o costrizione, ma che allo stesso tempo occupa tutte le nostre forze. Chi non vorrebbe evadere dalla serietà della vita quotidiana e dalla necessità di guadagnarsi il pane, per vivere di un lavoro che piace davvero in totale libertà, non obbligatorio e proprio per questo bello?

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Il Calcio impone un superamento dei propri limiti per raggiungere la meta: ovvero lo spirito di sacrificio. In quanto gioco collettivo costringe all’inserimento del singolo nella squadra. Unisce i giocatori con un obiettivo comune. Fa capire dunque che l’”io” si realizza e trova la felicità dentro un “noi”, dentro una comunità.

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Qualcuno obietta che c’è troppo denaro – e, in effetti, solo in Italia il Calcio vale il 5.7% del PIL –, si ricorda Calciopoli, il doping e…eppure nessuno di questi scandali ha scalfito il fascino di uno sport che tiene ancora milioni di telespettatori attaccati agli schermi tv e che continua a riempire gli stadi di tifosi e appassionati. Nonostante la crisi.

Il Paradiso di certo non è “di quaggiù”. Ma la sua nostalgia sì.

Marco Pupeschi


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