Volo a vista

E vissero per sempre felici e contenti…

staff
20 giugno 2012

Stagione di matrimoni.
Aroma di confetti nell’aria, crepitare di organze e fremiti di tulle.
Fedi che scintillano al sole tardoprimaverile.
Giovani spose in fibrillazione, mamme delle suddette giovani spose anche di più.
Ho alle spalle una discreta esperienza in tema di matrimoni. Altrui.
Sono stata spesso curiosamente invitata alle nozze di persone che nella quotidianità frequentavo a mala pena.
Al contrario, non ho avuto il piacere nemmeno di una partecipazione da parte di parenti abbastanza stretti da sentirseli addosso come un paio di legging di una taglia sbagliata.
E sono fiera di avere svolto con onore in più occasioni il ruolo di testimone, anche se in un paio di occasioni ammetto che ancora non capisco perché la scelta della sposa sia caduta su di me (a meno che non valga un brillante cv costruito negli anni, cerimonia dopo cerimonia).
Ad oggi, lo dico con orgoglio, ha preso la rovinosa china del divorzio uno solo dei matrimoni sul cui registro spicca la mia firma!
A qualche celebrazione, per pigrizia, lo dichiaro, ho scelto di non partecipare accampando scuse più o meno plausibili – per chi avesse scarsa fantasia il viaggio di lavoro dopo una certa età funziona a meraviglia, sempre che di professione non siate maestre d’asilo o sportelliste di banca.
Quello che è certo è che a un matrimonio personalmente non mi sono mai divertita.
Li ho sfruttati però come privilegiato osservatorio sull’umanità, che in una cerimonia nuziale spesso dà il peggio di sé, che si tratti di etica o più banalmente di estetica.
Ammetto le mie colpe.
Al matrimonio dell’amica Cristiana ho ceduto al suo desiderio di vedermi coi boccoli (non le bastavano i suoi?…); vista l’età, sembravo Skipper, la sorella scema di Barbie.  Ho aggravato la mia situazione scegliendo un tailleurino di Genny (sì, parliamo di così tanti anni fa…) color Barbapapà chiuso da un solo bottone gioiello che nemmeno Milly Carlucci.
Matrimonio dell’amica Stefania. Lei non me lo chiede ma, chissà perché, insisto coi boccoli.
Avanzo impettita sul sagrato di San Fedele nel mio due pezzi Max Mara (questo per fortuna davvero carino) e l’effetto è tale che alcuni fra gli invitati – e sono amici da anni – nemmeno mi riconoscono!
Al matrimonio di Anna splendevo in un completo arancione, in un perfetto quanto casuale abbinamento cromatico con la cravatta dell’altro testimone: peccato solo che la temperatura da altoforno del luglio milanese ci abbia visti arrivare dissolti alla festa (dopo una certa data bisognerebbe celebrare nozze solo nei sotterranei del Castello Sforzesco o nelle cripte, se no tutti in trasferta davanti al mare, con gli invitati in kaftano e infradito).
Di colpe altrui potrei stilare un elenco infinito (non che le mie siano finite).
Mamme dello sposo incapaci di cromatismi più azzardati del bluette (per anni l’ho odiato).
Altre mamme di altri sposi che si vestono di nero – stanno alle sorelle della sposa che si vestono di bianco: due soli colori andrebbero evitati, è facile, eppure ogni volta qualcuno ci casca.
Sorelle/testimoni dello sposo (io di nuovo…), che a metà cena scappano per liberarsi di due trappole per topi con tacco 12 in pitone platino con cui Miuccia ha martirizzato i loro piedini.
Delle spose non posso parlare. Non so che cosa farei io se dovesse mai toccare a me.
So però quello che non farei: kilometri di strascico, balze, fila di bottoncini a chiudere l’abito sulla schiena,  e ancora pizzo pizzo pizzo e shantung di seta.
E so anche, per certo, che non mi sono mai mescolata all’allegra brigata delle amiche e parenti che, azzannando le rivali ai polpacci peggio di un branco di pitbull, combatte in schieramento a testuggine per il bouquet.
E poi le location: castelli sulle colline toscane e nel cuore pulsante della Brianza, palazzi barocchi in Sicilia, hotel più stellati della via lattea, terrazze affacciate sul golfo.
E almeno 200 invitati, o magari 300, come gli spartani alle Termopili per gli amanti della storia classica: sfido chiunque a giurare che quegli invitati li conosce tutti ma proprio tutti, e che non poteva non invitarli.
Più ci ripenso e più mi convinco che i pochissimi, fra parenti e amici, nel giardino sul retro di un bar/trattoria giamaicano in cui la protagonista del film In Her Shoes festeggia le sue nozze d’amore siano la sola scelta possibile.
Perché il matrimonio non finisca per sembrare una nota stonata o una svista stilistica nel percorso altrimenti più elegante della nostra vita!

Wendy Maxwell

Wendy Maxwell (non) esiste, ma ha un punto di vista ironico su quello che succede, mentre vola prende appunti e trova spunti, su cui riflette e sorride aspettando la fine del mondo che, se anche poi non arriva, si va avanti già allenati. Osserva curiosa Milano – la città dove (non) vive, dove tutto potrebbe succedere, ci raccontiamo che sta succedendo e magari non succederà mai. Sbircia tutti i particolari, nessuno escluso, osservandoli dall’alto con distaccata eleganza.


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